Una conversazione su successo, filosofia e economia

5 anni, 7 mesi fa

Una parte nascosta di me in questa conversazione su filosofia, economia, comunicazione digitale, successo, capitalismo. Questi i temi che ho affrontato in una bella intervista pubblicata sul blog “La Chiave di Sophia”, in cui l’intervistatrice è stata abile nel saper andare oltre la barriera dell’apparenza.

Oscar

 

Spesso quando si pensa alla parola Banca, vengono in mente concetti per lo più aridi, fatti di numeri, concretezza e soldi.

E le persone che vi lavorano? Come le vediamo? Come le percepiamo?

Questa intervista realizzata al Direttore Marketing Comunicazione e Innovazione di Mediolanum, Oscar di Montigny, fa luce sull’aspetto persona, dimostrando quanto il pensiero conti nella vita privata dell’uomo e lo aiuti ad affrontare anche gli ambienti più ‘aridi’ con la passione del cuore.

– Se non conoscessimo il suo cognome, dunque il suo lavoro e la sua vita, come definirebbe l’ “anonimo” Oscar?

Un viandante.

– Cosa avrebbe fatto l’ “anonimo” Oscar se non fosse diventato Direttore Marketing di un colosso bancario?

Probabilmente sarei stato un attore di teatro e un viaggiatore con zaino e sacco a pelo.

– La chiave di Sophia ha lo scopo di dimostrare quanto la filosofia sia presente nella nostra quotidianità e, leggendo il suo blog omonimo oscardimontigny.it, mi viene da pensare che nella sua vita ma anche nel suo lavoro la Filosofia la faccia da padrona. Conviene con me?

La filosofia è molto importante nella mia vita, insieme ad arte, scienza ed economia. Intendo la filosofia soprattutto come disciplina che si occupa del “bene”, l’arte quella che si occupa del “bello”, la scienza del “vero” e l’economia quella che si occupa del “giusto”.

– Che significato può avere per un uomo che lavora in un mondo fortemente concreto, fatto di numeri, di bilanci, di guadagno, la Filosofia? Può questa essere considerata ancora una materia importante nella nostra società?

Sì, la filosofia è la prima disciplina con cui noi esseri umani ci misuriamo. È lo strumento di cui ci siamo dotati per indagare il concetto di “bene”, per poter osservare e interpretare noi stessi e quello che ci accade intorno. E quindi ha un ruolo centrale nella vita di ognuno di noi. In realtà la filosofia, in quanto “amore per la sapienza” è alla base di ogni altra disciplina e ci rivela al contempo il nesso tra l’amore e ogni forma di conoscenza.

– Nel suo blog pone una domanda: Stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti o un vero e proprio cambiamento d’epoca? Lei è riuscito a rispondere?

Dopo tante epoche di cambiamenti, abbiamo la fortuna di vivere un vero e proprio cambiamento d’epoca. Si tratta di una grande fortuna perché credo sia un momento bellissimo e interessantissimo per essere vivi. Tuttavia, al tempo stesso è un passaggio caratterizzato da una grande pressione psicologica, per cui la filosofia ci può essere di grande aiuto.

– In Italia la cultura è allo sbando, pochi vogliono investire su di essa, eppure lei afferma che la sfida delle aziende è soprattutto culturale: cosa intende? Lo crede davvero possibile?

Credo sia un cambiamento possibile, anche se non facile. È una sfida culturale perché il cambiamento richiesto deve accadere, più che nelle aziende, nella coscienza delle persone, che nelle aziende lavorano ogni giorno. È necessario cambiare prospettiva in una fase storica in cui stanno cambiando i paradigmi della nostra società. È in corso d’opera un’evoluzione dei meccanismi che finora hanno regolamentato il tessuto sociale ed economico. Per questo ognuno di noi deve capire se vuole essere protagonista attivo di questo cambiamento oppure subirlo passivamente. Le aziende sono grandi agglomerati di persone e non hanno la pesantezza degli apparati statali – che si traduce in lentezza dei processi e incapacità di prendere decisioni. Di contro, non hanno la reattività della società civile, che tuttavia sconta la sua frammentarietà e mancanza di identità unitaria. Per questo trovo che le aziende siano un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento. Per far sì che sia un’evoluzione positiva le aziende devono iniziare ad occuparsi non solo del proprio vantaggio, ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento. Il futuro è di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di se stesse, dei propri clienti e al contempo anche della collettività.

– L’uomo, quindi il pensiero come arte di profonda riflessione, oserei dire, deve essere posto al centro. Quali sono, a suo avviso, le potenzialità dell’uomo, oggi, soggiogato dalla tecnologia e accecato dall’ambizione?

L’uomo oggi può andare a una velocità impensabile fino a poco tempo fa. È stato capace di inventare tecnologie in grado di consentire in breve tempo la soluzione di problemi prima considerati insormontabili e che al contempo possono produrre enormi vantaggi personali. Oggi il tema centrale non è più quindi quello dell’accelerazione, ma la necessità di dare il giusto orientamento a questa straordinaria velocità. Per questo, oggi più che mai, l’uomo e il suo pensiero devono stare al centro, in cabina di comando: ci sono grandi opportunità ma anche il rischio concreto di uno schianto, se si continua a procedere nella direzione opposta al bene comune.

– Lei ha avuto la fortuna e soprattutto l’onore di incontrare molte personalità, alcune delle quali, credo, assolutamente in grado di trasmettere una visione di essere umano autentico, capace di forza, entusiasmo e coraggio puri. Quale l’ha commosso di più, quale le ha dato un motivo in più per combattere nella vita di tutti i giorni e quale le ha fatto pensare “quanto sono fortunato”?

Ognuno di loro mi ha fatto pensare a quanto fossi fortunato. Innanzitutto perché avevo la possibilità di poterle incontrare di persona e non limitarmi a dover leggere storie, libri e autobiografie, o sentire racconti. La premessa importante è che ho voluto fortemente incontrare ciascuno di essi, non è semplicemente successo: questo perché credo che ciascuno di noi secondo la propria possibilità – e in questo sono più fortunato di altri – deve cercarsi dei modelli. E, se possibile, conoscerli. Tutti questi individui straordinari esprimono – nella loro carne e nelle proprie azioni quotidiane – i valori che raccontano. Penso a Patch Adams per l’amore, Yoani Sanchez e Lech Walesa per la libertà, Tara Gandhi per la pace, Simona Atzori per il superamento del limite, Miloud Oukili per il donarsi agli altri, Jetsun Pema – sorella del Dalai Lama – per la compassione, i tanti atleti olimpici che ho incontrato per l’impegno. Tutti mi hanno insegnato tanto e mi hanno reso migliore.

– Che significato hanno per lei, nel 2015, le parola “economia” e “potere”?

Della parola “economia” ho riscoperto il valore del significato originario, che possiamo trovare su ogni dizionario: “arte di reggere e amministrare bene le cose della famiglia e dello stato”. Per me l’economia è proprio questo: un “arte” che sono felice e orgoglioso di praticare, laddove la parola chiave è “bene”. Infatti tutto ciò che è antieconomico, che non produce un risultato positivo è tale perché non sta funzionando bene. Oggi il capitalismo è fortemente e giustamente sotto attacco perché ha perseguito scopi sbagliati nella maniera sbagliata. Non è il capitalismo ad essere sbagliato di per sé, ma sono errate le modalità utilizzate per raggiungerne gli scopi. Anche riguardo al “potere” è utile una riflessione sul significato originario della parola, ovvero la capacità di far accadere delle cose. Credo che ogni uomo occupi un proprio luogo di potere, in ragione della propria sfera di influenza: un genitore ha un potere sui figli, un insegnante sugli allievi, un manager sui collaboratori. Per me il potere è l’espressione di un orientamento, che tutti gli uomini possono esprimere all’interno di un gruppo e che può contribuire a far sì che qualcosa accada.

– Il successo ha cambiato l’ “anonimo” Oscar? Se sì, in che modo? 

Non so cosa si intenda per “successo”: ormai se ne sarà accorta, ma a me piace insistere sul significato delle parole. “Succedere” significa far accadere le cose, quindi un uomo di successo è qualcuno che fa accadere qualcosa, consapevolmente. Negli ultimi anni mi sono effettivamente impegnato molto per far accadere diverse cose: la differenza sta non tanto nel “successo” ma proprio nella consapevolezza di poter far accadere qualcosa a vantaggio mio, dell’azienda, dei clienti, della collettività. Quando ci sono riuscito, mi sono sentito una persona di successo.

– Da utilizzatore di Social Network, per lei, come possono interagire, se possono farlo, le “relazioni umane” e le “visualizzazioni di profilo”?

Il mondo digitale non è virtuale. Spesso si confonde la digitalizzazione con la virtualità. Io credo che il mondo digitale sia un nuovo ambiente in cui accadono le stesse cose che si verificano dalla notte dei tempi: la gente cerca relazioni di diverso tipo: sentimentali, commerciali, “sociali” in genere. Sono solo cambiati gli strumenti e i linguaggi: oggi in tutto ciò che è digitale – come i profili nei social network – vedo semplicemente un nuovo linguaggio, certamente con le proprie regole, che sono pronto ad accogliere e a utilizzare per comunicare con gli altri.

– Ad un giovane che vorrebbe diventare Manager, cosa direbbe? A quali compromessi dovrebbe scendere per realizzare questo sogno?

Nessun compromesso. Piuttosto, la capacità di trovare una consonanza tra le proprie aspirazioni e le proprie capacità, l’umiltà come abilità di sapersi posizionare in ragione di ciò che si è. A un giovane direi: “Se sai fare tanto, datti subito grandi obiettivi. Se sai fare poco dati degli obiettivi alla tua portata e al tempo stesso impegnati per poter fare di più.” Fare il manager significa gestire persone e progetti, per cui credo che il requisito fondamentale sia quello di essere sufficientemente responsabili per sé e per gli altri. Bisogna lavorare sul senso di responsabilità, ovvero sull’abilità di dare le risposte. Tutti noi ogni giorno dobbiamo rispondere a delle domande: il bravo manager è colui che sa dare le risposte giuste.

– Non le ho chiesto nulla del suo lavoro perché sono convinta che la maggior parte del suo lavoro stia nella sua estrema capacità di riflessione e di analisi della vita e, credo, sia proprio questo il segreto del suo successo. Mi vuole smentire?

Qui torniamo al significato di “successo”. Quello che posso dire è che sono certamente una persona riflessiva, molto di più di quanto sicuramente sarei stato se non mi fossi educato ad esserlo, ma al contempo molto meno di quanto aspiro ad essere. Se questa mediazione produce dei buoni risultati ne sono felice, ma è molto meno di quanto vorrei.

 ***

Far accadere le cose non è mai semplice e spesso l’uomo vive inseguendo questo obiettivo senza mai centrarlo veramente.

Il “far succedere” significa non sottomettersi al destino, ad un’impostazione deterministica della realtà; trova il suo senso nella libertà di esprimersi andando alla ricerca di ciò che può migliorarci.

Ricadere nell’indeterminismo non vuol dire rifiutare un disegno prestabilito o, peggio ancora ricadere nel caos, ma significa lottare con i propri mezzi affinché quel destino che ci spetta possa essere plasmato dalle nostre azioni, dalle nostre scelte che non sono infinite ma che ci lasciano intravedere uno spiraglio di libertà.

Oscar di Montigny, in questa intervista, ha dimostrato la capacità dell’ “uomo semplice ma non banale”, cioè di ricerca personale del giusto, del vero, del bello per potersi spogliare delle etichette che il lavoro impone e per questo sentirsi libero di essere persona in mezzo a persone, Soggetto di fronte all’Altro.

Grazie ad Oscar di Montigny per questa sua testimonianza.

Valeria Genova