Difendiamo la nostra libertà: studiando

Quando nel 1861 si faceva il Regno d’Italia, la priorità successiva fu “fare gli Italiani”, come disse Massimo D’Azeglio. Il primo strumento fu la scuola: per creare un popolo bisognava metterlo in condizione di saper leggere, scrivere e far di conto. Ci volle quasi un secolo (e il maestro Manzi) per passare dal 78% di analfabetismo di allora alla quasi totale scomparsa degli italiani illetterati. Ma i problemi tornano sempre in modo più subdolo.

In un mondo in cui 260 milioni di bambini non hanno accesso ad alcun tipo di istruzione, secondo le stime dell’Ocse in Italia più del 70% della popolazione è oggi analfabeta funzionale. Ovvero non è analfabeta totale, perché ha ricevuto almeno una minima educazione scolastica, tuttavia non riesce a comprendere, valutare e utilizzare brevi testi di utilità quotidiana o a compiere le più basiche operazioni di calcolo. Non capisce un articolo di giornale, un semplice contratto, un foglietto delle istruzioni, non è in grado di calcolare la somma di una spesa o lo sconto su un prodotto.

 


Il dato è allarmante: 1 italiano su 3 non sa decifrare il mondo che ha intorno senza una semplificazione o un’intermediazione. Ancora più preoccupante è che queste persone hanno comunque ricevuto un’istruzione (perché i dati sulla dispersione scolastica sono inferiori). Se una volta si parlava di analfabetismo di ritorno, cioè di adulti che, passati molti anni dalla loro formazione, dimenticavano molte nozioni, ora siamo di fronte a un fenomeno che pare più organico e generalizzato. Si esce dalle scuole che già si hanno strumenti sdentati per affrontare la società.

Perché il problema dell’analfabetismo non è solo un fattore culturale, ma è ancor di più un’emergenza sociale e politica. Secondo la dichiarazione dell’Unesco del 1975 l’alfabetizzazione, infatti, “fornisce gli strumenti per acquisire la capacità critica nei confronti della società, stimola i progetti che possano agire sul mondo e trasformarlo”. Spirito critico, progetti, relazioni: senza una capacità di elaborazione elementare tutto ciò è irrealizzabile. Figuriamoci orientarsi fra le varie proposte politiche, rivendicare diritti contrattuali, difendersi dalle ingiustizie.

Eppure viviamo nell’epoca del web: lo smartphone che teniamo costantemente in mano (più potente del computer che mandò l’uomo sulla Luna, ci ripetono sempre) sembra aprirci possibilità di informazione e conoscenza infinite. La maggior parte di noi invece non riesce a cercare né a comprendere questi innumerevoli stimoli. Non stupisce dunque il fenomeno delle fake news: la scarsa capacità di capire i testi in cui ci si imbatte rende ancora più difficoltoso discernerne la veridicità. Infinitamente più facile, invece, è diffonderle.

Il mai troppo compianto Tullio De Mauro, linguista ed ex ministro dell’Istruzione in un’epoca in cui tale carica andava a grandi studiosi, ha parlato fino agli ultimi suoi mesi di “un processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante”: invece di rifiorire per questa abbondanza di conoscenza, facciamo rattrappire i nostri cervelli. Non pretendiamo dunque che milioni di concittadini si approccino alle piccole o grandi cose della vita (ad esempio votare) senza preferire la propria pancia alla ragione. Ma attenzione anche a fare troppe distinzioni fra noi e loro: quando ci rifiutiamo di essere curiosi, quando per pigrizia evitiamo la scoperta e la novità, quando non dialoghiamo con le opinioni degli altri, finiamo per essere tutti analfabeti funzionali.