L’uberizzazione della realtà

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“La distribuzione si allinea alla modernità: risulta evidente che sono stati messi a punto metodi di distribuzione innovativi. Un esempio è costituito dall’esistenza di call center dedicati all’acquisto di cocaina, con corrieri che assicurano consegne rapide e flessibili. Tali metodi, che rispecchiano una potenziale uberizzazione del commercio di cocaina, sono indicativi di un mercato competitivo, in cui gli spacciatori competono tra loro offrendo servizi aggiuntivi oltre al prodotto stesso”.

Questo passaggio concettuale è evidenziato nell’European Drug Report presentato a Bruxelles dallOsservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda) con dati relativi all’ultimo biennio. Lo riporto, non tanto per darvi un’informazione di base che pure è importante perché ci dice come in Europa ce ne sia tanta, tant’è che le stime sui consumatori di cocaina nel 2017 parlano di circa 2.6 milioni di persone tra i 15 ed i 34 anni, e come ne aumenti il consumo, l’analisi dei metaboliti della cocaina nelle acque reflue in alcune città di Belgio, Spagna, Olanda, e Regno Unito lo conferma. Ve lo riporto per analizzare l’inversione di tendenza del modello distributivo.

Il termine uberizzazione è entrato a far parte del vocabolario della lingua italiana nel 2016 e indica la “trasformazione di servizi e prestazioni lavorative continuativi, propri dell’economia tradizionale, in attività svolte soltanto su richiesta del consumatore o cliente e l’adozione o l’imitazione del modello di attività economica caratteristico della multinazionale Uber.”

Questa è la definizione che per esempio troviamo sul dizionario online Treccani. Ma esiste anche in altre lingue e da prima che nella nostra Il Cambridge definisce “uberization” come “atto o processo di cambiare il mercato con un servizio che introduce una nuova forma di acquisto o di uso, specialmente attraverso l’uso di tecnologia mobile”. Sul Collins lo troviamo con una definizione più o meno simile. In francese lo si trova sul Robert dal 2017 e anche su Le Petit Larousse. La spagnola uberización è riconosciuta valida per un uso corretto della lingua. È presente sui media usa almeno dal 2014: un articolo di Forbes di quell’anno parla della nuova popolarità di una parola che “sta portando investitori ed esperti in venture capital a cercare la nuova grande impresa per creare delle discontinuità in stile Uber”.

Stando a queste definizioni, potremmo dire che il termine non abbia alcuna sfumatura, che abbia quindi una connotazione neutrale, anche se come sappiamo dalla cronaca, risvolti negativi ve ne sono stati e non solo da parte di aziende che hanno visto messo in pericolo il loro modello di business. Douglas Rushkoff, professore all’Università di New York, nel suo libro “Throwing Rocks At The Google Bus” dice che la cosiddetta “economia collaborativa” non crea nuovi lavori, i taxisti c’erano anche prima di Uber, ma rende precari quelli esistenti usando scappatoie legali.

Dunque, facendo entrare nel nostro lessico familiare questo neologismo neanche più tanto nuovo, faremo come ebbe a dire Dostoevskij in Delitto e Castigo:

“Hanno pianto un poco, poi si sono abituati. A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!”?

Cioè, normalizzeremo un sistema oppure ripenseremo l’opportunità che la tecnologia ci consegna per metterla al servizio del benessere collettivo e dell’insieme?