Generazioni contro

19 giorni fa

5 giovani su 10 ritengono che in situazioni di emergenza si debbano penalizzare gli anziani nell’accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche. Più nel dettaglio, il 49,3% dei Millennial (il 39,2% nel totale della popolazione) ritiene che nelle emergenze sia giusto curare prima i giovani rispetto agli anziani; inoltre il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) è convinto che la spesa pubblica per gli anziani, dalle pensioni alla salute, sia troppa e che ciò arrechi danno ai giovani.

Lo dice l’Osservatorio Censis-Tendercapital sulla “silver economy” dal titolo “La silver e le sue conseguenze nella società post Covid-19”.

È certamente vero che le conseguenze economiche della pandemia hanno avuto un impatto minore sugli anziani che sui giovani. Durante il lockdown, per esempio, i primi hanno continuato a percepire gli stessi redditi per il 90,7% contro il 44,5% dei millennial e il 45% degli adulti.

Ma possiamo parlare davvero di rancore sociale?

«Il rapporto mette in luce un quadro che i media hanno già evidenziato, ovvero quello di un antagonismo tra generazioni – dice il Presidente della Commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai –  Si tratta, tuttavia, di una narrativa che si presta ad alimentare una competizione tra giovani e anziani. Non è altro che un neo-rancore indotto dal racconto falsato e da una gestione sbagliata della crisi, un conflitto da esecrare poiché i problemi della società vanno affrontati in modo organico».

Concordo pienamente sull’esigenza di individuare e praticare una narrativa nuova e innovativa. Le parole hanno il potere di distruggere e di creare, per dirla attingendo dalla saggezza di Buddha, e purtroppo da lungo tempo, non solo dall’inizio della pandemia, il linguaggio, che è l’atto politico per definizione, ha assunto sempre più le sembianze di uno sterile campo di battaglia sul quale vengono sacrificati gli interessi di intere generazioni in nome di inutili, in quanto superati dall’urgenza dei tempi, e inadeguati stereotipi. È stato scelto infatti, ricorderete, un linguaggio guerresco per parlare delle misure sanitarie, così come si continua erratamente a definire distanza sociale quella che invece è pura distanza fisica.

Sono convinto, per esempio, che se imparassimo a usare una lingua comune che non riconosca la discriminazione di alcun genere, supporteremmo l’abolizione pratica delle disparità. Dobbiamo aspirare a una lingua che ci permetta e ci supporti, ogni giorno, a essere meno soli, a dare e trarre forza dalle relazioni con gli altri. Una lingua che ci aiuti a diffondere gratitudine.

Tanto più che, come nel caso specifico, una narrativa della contrapposizione e dell’odio non solo contribuisce a disgregare la coesione sociale e a indurre sempre più verso un individualismo spinto, ma è anche dannosa e controproducente in quanto, come emerge anche dallo stesso rapporto, le persone longeve sono il motore della vita collettiva che ancora oggi, nella fase post-Covid-19, guardano al futuro proprio e della propria famiglia con minore pessimismo e più fiducia rispetto agli altri più giovani.