Alla ricerca di scampoli di eternità

7 mesi, 23 giorni fa, reading time: 5 mins.


“Vivremo in eterno in quella parte di noi che abbiamo donato agli altri”. È questa una delle suggestioni-guida della mia vita fin da quando, per la prima volta, sentii questa frase qualche anno fa durante un ritiro spirituale ad Assisi. E sono grato ogni volta che la Vita mi riserva la possibilità di sperimentare nella carne questa piccola grande gioia. Così è stato recentemente.

Sono passati solo pochi giorni dal mio rientro dalla missione umanitaria che mi ha portato in Nicaragua, e ancora risuona nelle mie orecchie una frase pronunciata dal padre di una famiglia di tredici bambini che avevamo visitato col nostro gruppo. Li avevamo incontrati inizialmente solo per portare loro vari generi di conforto e di prima necessità, ma poco prima che ci allontanassimo (forse per sempre) dopo avere trascorso insieme circa un’ora, il padre – un uomo che appariva totalmente arreso alla vita e privo quasi del tutto della possibilità di reagire a un destino che era stato poco gentile con lui – fissandoci con occhi lucidi ma pieni di pietà, ci disse “Por favor, no me dejes aquí …abandonado“: “Per favore, non lasciarmi qui …abbandonato”.

Vivevano in quindici – due genitori e tredici figli – in una baracca di lamiera grande meno di 8mq e priva di qualsiasi comfort. Senza alcun denaro, se non quello sufficiente per un litro di olio, mezzo chilo di zucchero e un po’ di mais da cui estrarre un solo pasto al giorno per tutti, erano totalmente impossibilitati a costruirsi uno spazio che, seppur povero e molto sporco, fosse almeno un po’ più largo e confortevole, e che consentisse loro almeno di non dover dormire, 4 o 5 alla volta, su vecchi materassi appoggiati su delle assi di legno. Fissandolo negli occhi, ce ne siamo andati con la promessa che non ci saremmo dimenticati di loro.

Noi eravamo in missione in Nicaragua per portare il nostro contributo alla inaugurazione del laboratorio di carpenteria della Casa di NPH (Nuestros Pequeños Hermanos) fondata nel 1954 da Padre Wasson a Jinotepe, una località a quasi due ore dalla capitale Managua. Da decine di anni, quasi un migliaio di bambini all’anno trovano in questo luogo un conforto fisico, uno stimolo intellettuale e un rifugio emotivo. Questa di Jinotepe è solo una di altre nove Case presenti in quasi tutti i Paesi del Centro America.

Convinti che “fare del Bene fa stare bene” e che vivremo veramente in eterno solo in quella parte di noi che avremo donato agli altri, abbiamo trascorso in questo magico luogo sei giorni intensissimi (qui trovate un diario formale del viaggio, mentre un reportage più informale lo si può vedere sulla mia pagina Facebook).

Segnati profondamente da questa missione e dalle tante esperienze fatte, siamo tornati in Italia Tv utti felici ma anche un po’ malinconici al ricordo della visita a quella famiglia che era stato il momento forse più intenso dell’intera missione; almeno fino all’istante in cui abbiamo potuto vedere che con quelle poche centinaia di euro, che avevamo appositamente lasciato per quelle persone ai responsabili della missione, a distanza di pochi giorni dal nostro rientro a casa quella dimora era stata ricostruita e soprattutto allargata, dandole la dignità che merita una vera abitazione. Ma era stato dato anche un tocco magico: grazie alla scelta di aggiungere a quel rifugio anche una ‘vera’ porta d’ingresso, si testimoniava simbolicamente che ora quella era veramente una Casa. Ed era anche la nostra casa, perché quella famiglia era, ed è sempre stata, la nostra famiglia.