Famiglie sotto assedio (anche in Occidente)

“L’economia statunitense ha sperimentato dodici recessioni dopo la Seconda guerra mondiale, e ognuna di queste aveva due caratteristiche in comune: la contrazione del PIL e l’aumento della disoccupazione. Oggi invece assistiamo a qualcosa d’insolito: nel primo trimestre del 2022 il pil è diminuito e dovrebbe farlo anche nel secondo, mandando il Paese in recessione, ma allo stesso tempo il mercato del lavoro non dà segni di cedimento: tra dicembre 2021 e maggio 2022 la disoccupazione è passata dal 4 al 3,6 per cento” scrive il Wall Street Journal.

 

Il paradosso USA: anche i lavoratori tra chi non può permettersi una casa

Tuttavia, accade che, per via dell’aumento dei prezzi delle case e degli affitti e dei beni di prima necessità come l’energia e i prodotti alimentari, il numero di statunitensi senza fissa dimora stia aumentando vistosamente. Anche se non ci sono dati completi a livello nazionale, afferma il Washington Post, dalle interviste raccolte in quindici stati presso i responsabili delle strutture di accoglienza emerge una realtà di liste d’attesa raddoppiate o triplicate. Le richieste coinvolgono in particolare le donne sole con figli.

Ma con la pandemia sono aumentate anche le richieste di famiglie che hanno ancora un lavoro, spesso pagato bene, ma non possono più permettersi una casa. Per cui oggi negli USA ci sono milioni di persone che vivono nella paura di fare la stessa fine.

 

In Italia il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è triplicato in 15 anni

La povertà aumenta anche in Italia. Lo ha certificato recentemente l’Istat con la pubblicazione del suo Rapporto Annuale. In estrema sintesi, dal 2005 al 2021 abbiamo permesso che il numero di individui che vivono in povertà̀ assoluta triplicasse passando da 1,9 a 5,6 milioni.

Abbiamo consentito che la povertà assoluta diventasse tre volte più frequente tra i bambini, i minori (dal 3,9% del 2005 al 14,2% del 2021) e i giovani dove l’incidenza ha raggiunto l’11,1%, valore di quasi quattro volte superiore a quello del 2005, il 3,1%. 

Abbiamo lasciato che il numero delle famiglie in povertà assoluta raddoppiasse passando da 800 mila nuclei a 1 milione e 960mila. Un numero drammaticamente alto di famiglie in cui l’unico componente occupato è un lavoratore non-standard, cioè a tempo determinato, collaboratore o in part-time involontario. Cioè occupati vulnerabili. E, di conseguenza, famiglie vulnerabili, figli vulnerabili, mogli vulnerabili.

Di fronte a una condizione sociale di tale vulnerabilità dobbiamo ritenerci tutti responsabili, ma anche tutti coinvolti. Nessuno escluso. E non solo perché adoperarci per combattere la povertà è un imperativo morale categorico per ogni essere umano che si possa definire tale, oltre che il secondo dei 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile adottati e condivisi dalle Nazioni Unite (guarda la puntata di Pianeta Centodieci dedicata all’SDG 2 No Poverty). Ma anche e soprattutto perché la vulnerabilità di alcune fasce sociali alla fine impoverisce tutte le altre. E questo complica, rallenta o addirittura frena quell’idea di progresso e diffusione del benessere che è alla base delle nostre economie.

 

In picchiata l’occupazione femminile e il numero di famiglie con figli

Facciamo un esempio. Negli anni della pandemia abbiamo permesso che fossero le lavoratrici italiane nel mercato del lavoro a dover pagare il prezzo più elevato tra i Paesi europei. L’Italia ha infatti subito la maggiore caduta dell’occupazione del continente dopo la Grecia (-5,1%) e la Bulgaria (-3,6%), con ben 376 mila donne italiane rimaste a casa dal lavoro (-3,8% rispetto al 2019). Un prezzo di questa frana occupazionale lo pagheremo tutti per via del riverbero sulla produttività del nostro Paese, che poteva auspicare fino a 7 punti di PIL in più e oggi rischia invece di creare ulteriore povertà in un momento già difficile.

Ma pagheremo anche un altro prezzo, quello del ridimensionamento delle famiglie in termini numerici: quelle costituite da coppie con figli hanno subito un calo di 11,1 punti percentuali in 20 anni, e sono il 31,2% del totale. Se questa tendenza dovesse proseguire con la stessa intensità, si stima che entro il 2045 le coppie senza figli supereranno quelle con figli.