Un capitalismo di svolta o di facciata?

18 giorni fa, reading time: 5 mins.

Una delle notizie più interessanti di questo agosto appena trascorso, è che il gotha aziendale USA della Business Roundtable, l’associazione che da quasi mezzo secolo riunisce i leader delle maggiori società di Wall Street come JPMorgan, Amazon, Apple, Bank of America e General Motors, ha firmato una nuova dichiarazione di principi che appare come una rivoluzione epocale rispetto alla linea tenuta per decenni che ha garantito, sino a ora, agli shareholders un ruolo prioritario.

Questa nuova filosofia sposta il focus dal profitto “ad ogni costo” a una nuova idea di azienda che investa sui dipendenti, che crei valore per i consumatori, che abbia una gestione più etica. Siccome stiamo parlando di imprese che impiegano 15 milioni di dipendenti e hanno un fatturato complessivo da 7 trilioni di dollari, che se fossero una nazione sarebbero la terza economia del mondo, le stesse che per decenni per perseguire l’unico obiettivo di creare profitto per gli azionisti non hanno badato a tagli al personale, delocalizzazioni, ricerca di vantaggi fiscali e di territori ecologicamente più permissivi, la notizia ha destato reazioni contrastanti e anche molti sospetti.

A un El-Erian, chief economic advisor del colosso Allianz, che ha parlato di “svolta importante”, di un cambio di rotta “che riflette il crescente consenso attorno all’importanza di un capitalismo più inclusivo”, risponde un  Larry Summers, ex Segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton, che dichiara al Financial Times di temere “che la retorica dei portatori di interesse rappresenti in parte una strategia per tenere alla larga le necessarie riforme fiscali e regolamentari”.

Come dargli torto se scorrendo il documento troviamo riferimenti ad azionisti, comunità, dipendenti, fornitori e clienti e nessun accenno allo Stato, la politica, i legislatori e i regolatori. Cioè a quelle parti che sono al di fuori della tradizionale catena di produzione e consumo, cosa che genera il sospetto che si tratti della solita vecchia operazione di facciata in cui il cambiamento delle imprese è affidato alle imprese che da sole si scrivono le regole del gioco continuando ad essere un sistema poco affidabile.

Gli altri aspetti che destano sospetti sono proprio legati al ruolo degli azionisti, la cui centralità negli ultimi decenni è stata ben rappresentata dalle operazioni di riacquisto dei titoli sul mercato che spingono al rialzo il valore delle azioni stesse, il cosiddetto buyback vietato fino agli anni ottanta perché ritenuto manipolatorio e oggi sempre più preferito dalla speculazione delle quotate. Ebbene, Goldman Sachs fa notare che quest’anno in USA le operazioni di buyback dovrebbero raggiungere i 940 miliardi di dollari, il 13% in più rispetto all’anno scorso.

Ma non tutti gli azionisti sono uguali. Come evidenzia il Financial Times, a combattere gli interessi delle grandi aziende sarà l’azionariato attivo che sui temi quali ambiente, diritti e corporate governance, si sono mossi con largo anticipo e verso il quale proprio la Business Roundtable ha condotto un’attività di lobbying per indebolirlo arrivando a chiedere, in giugno, alla SEC di alzare la quota minima dei titoli detenuti necessaria per poter presentare una proposta in assemblea. Mossa, questa, che limiterebbe la capacità degli attivisti di sollevare questioni come il cambiamento climatico o la retribuzione dei dirigenti.

Dunque, a quanto pare, l’opinione pubblica si sta orientando attorno al quesito se questo documento rappresenti un capitalismo di svolta oppure una fake news. Quesito a cui solo il tempo potrà dare risposta. Io però andrei oltre, cioè chiederei ai firmatari del documento se questa loro dichiarazione strategica di intenti sia stata modellata nella piena consapevolezza di tutti e sette i livelli da cui dipendono e con cui interagiscono le esistenze di ciascuno di noi, o piuttosto non ne sia stato trascurato qualcuno. Cosa che ne limiterebbe l’eventuale efficacia rendendolo fallibile già in partenza.

Tra i fondamentali della mia Economia 0.0, che tende all’idea dello Sferismo, ho sintetizzato questo concetto nel modello delle 7P e nel suo relativo indice (7P Index) adottato per misurare l’impatto che ogni organizzazione ha sull’insieme di cui fa parte. I sette livelli (da cui le 7 P) sono nell’ordine: Person, il singolo individuo e la sfera di influenza in cui quotidianamente si manifesta; People, l’Umanità intera (tutta!); Partnership, tutte le Relazioni che abbiamo con gli altri, con l’ambiente, coi luoghi e gli oggetti; Profit, il Profitto ‘giusto’; Prosperity, che non dobbiamo confondere con ricchezza poiché la ricchezza non sempre contiene la prosperità; Planet, la nostra Madre Terra; e Peace, mettersi in relazione con e non in contrapposizione a, e soprattutto la pace interiore quale condizione primaria per una Pace nel mondo.

Sulla scorta di questo modello e basandosi su tale consapevolezza, il ruolo di ogni singolo individuo e ogni singola organizzazione, impresa privata o istituzione pubblica che sia, risulta fondamentale per risvegliare il “senso” nel mondo e in noi che lo abitiamo. Non si tratta solo di comprenderne la necessità ma anche di sentirne la responsabilità, e di esercitare tutto il proprio potere nella gestione del cambiamento e nella guida delle persone. Quelle aziende e quelle pubbliche amministrazioni che saranno parte attiva di questo cambiamento, rimettendo l’essere umano al centro delle proprie politiche e strategie per produrre un impatto tangibile e generare un profondo senso di gratitudine nell’altro, saranno quelle che traguarderanno il futuro oltre il futuro.