Oltre le apparenze dei social media: la sfida dei diritti

29 giorni fa, lettura: 4 min.

Il 29 ottobre del 1969 avveniva il primo collegamento tra due computer. Il 29 ottobre scorso è stato celebrato il cinquantesimo compleanno del web. In questa occasione un paio di quotidiani hanno intervistato Jaron Lanier, pioniere della rete a padre a tutti gli effetti della realtà virtuale, anche per averne coniato il nome.

Purtroppo, il pensiero di questo cinquantanovenne con lunghe trecce rasta, presenza fisica imponente e piedi quasi sempre nudi, è stato assimilato all’idea semplicistica che questo capitalismo digitale basato sulla manipolazione delle coscienze delle persone attraverso l’utilizzo dei dati che esse stesse forniscono spontaneamente per stare in rete, è stato fondato anche grazie a lui e si è rafforzato anche in virtù del fatto che il suo ravvedimento non è stato manifestato a gran voce. In realtà il pensiero di Lanier è molto più complesso e interessante, basta leggere i suoi best seller per accorgersene, e a non ascoltarlo rischiamo di perdere un’altra occasione per capire e cambiare l’attuale modello di business in internet.

Non tutti ci siamo dati la pena di capire che utilizza algoritmi capaci di misurare il cambiamento dei comportamenti e di fare in modo che le persone clicchino e condividano sempre più, cosa che accade quando sono arrabbiate o spaventate. Il fatto rilevante è che le due emozioni necessarie a far funzionare questo modello di business sono le stesse che provocano in tutto il mondo i cambiamenti politici e l’ascesa dei partiti di estrema destra, anche in Paesi totalmente diversi, in cui gli unici fattori comuni sono Google e Facebook, come per esempio il Brasile, dove governano, e la Svezia, dove registrano crescita a doppia cifra.

A evidenziarlo non è solo Lanier. Lo fa anche il report sulla libertà della rete che Freedom House conduce ogni anno e la cui ultima edizione è stata resa nota alcuni giorni orsono, secondo il quale oltre a facilitare la diffusione della propaganda e della disinformazione durante i periodi elettorali, le piattaforme di social media hanno permesso la raccolta e l’analisi di grandi quantità di dati su intere popolazioni addivenendo a una sorveglianza di massa sofisticata, un tempo possibile solo per le principali agenzie di intelligence del mondo, ora accessibile a uno spettro molto più ampio di attori.

Vuoi a causa di una sorta di ingenuità generale sul ruolo di Internet nella promozione della democrazia vuoi per l’atteggiamento dei politici nei confronti della Silicon Valley, ora ci troviamo di fronte a una dura realtà: il futuro della libertà di Internet poggia sulla nostra capacità di risolvere il nodo dei social media. Non c’è più tempo da perdere, dice il rapporto. Le nuove tecnologie emergenti come la biometria avanzata, l’intelligenza artificiale e le reti mobili di quinta generazione, offriranno nuove opportunità per lo sviluppo umano, ma presenteranno senza dubbio anche una nuova serie di sfide per i diritti umani. Sono necessarie forti protezioni delle libertà democratiche. Il futuro della privacy, della libertà di espressione e della governance democratica si basa sulle decisioni che prendiamo oggi.

È questo il terreno su cui si gioca il nostro ultimo campionato: ribadire la centralità dell’uomo. Per farlo occorrerà creare attorno alla tecnologia e nelle professioni che in questo ambito agiscono e decidono, una nuova cultura che passi necessariamente per un ritrovato umanesimo, e contemporaneamente avviare un processo di alfabetizzazione tecnologica a tutti i livelli della cittadinanza.