Notre-Dame, la conoscenza non scompare al fuoco di un incendio

6 months, 20 days ago, reading time: 4 mins.
 
L’immagine della flèche di Notre-Dame abbattuta dalle fiamme, rimbalzando in un attimo in ogni cantone del mondo, ci ha tenuti tutti col fiato sospeso, terrorizzati dal pensiero di poter perdere in maniera definitiva uno dei maggiori capolavori gotici patrimonio dell’umanità e nello stesso tempo il cuore della storia della cristianità francese. Ora che il pericolo estremo è scongiurato e che i fondi per la ricostruzione sono stati assicurati grazie alla maratona di prodigalità che le parole di Macron hanno saputo scatenare annunciando l’avvio della colletta, vorrei approfondire una riflessione in particolare.
 
 
La conoscenza non scompare al fuoco di un incendio. Si trasforma, e risorge. Come una Fenice. Perché era prima di noi. È in noi. Sarà dopo di noi. Prestiamo solo attenzione a come contribuire alla sua rinascita.
 
Il miliardo di euro stimato come necessario per riparare la cattedrale parigina danneggiata è stato raggiunto nel giro di pochissime ore e i giornali ci dicono che la percentuale maggiore è stata donata dal mercato del lusso: 100 milioni dalla famiglia Pinault, alla guida del colosso Kering che annovera marchi quali Gucci, Balenciaga, Bottega Veneta, Saint Laurent ecc., 200 milioni dall’altro big, Lvmh, a capo di griffe del calibro di Fendi, Bulgari, Christian Dior, Guerlain ecc., altri 200 milioni dal gruppo di cosmetici L’Oreal e dalla famiglia Bettencourt Meyers.
 
Ma, in termini di impatto ambientale, una maglietta di queste marche che da ora in poi ci faranno sentire partecipi della ricostruzione di Note-Dame, quanto costa?
 
Per produrre una semplice maglietta di cotone vengono impiegati circa 2.700 litri d’acqua e prodotti 10 chili di Co2. Senza contare imballaggi e trasporto. Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi facendo del settore tessile il secondo più inquinante dopo quello oil&gas.
 
Ogni anno vengono venduti 8 miliardi di nuovi capi. Il 400% in più rispetto a soli quaranta anni fa e il marketing del fashion si è ormai distinto da tempo come uno dei più capaci nel farci innamorare velocemente di un prodotto e di farcene disamorare altrettanto in fretta in coincidenza della nuova collezione. Un vortice talmente inarrestabile che non sono nemmeno più le stagionalità a scandirne il ritmo.
 
La crescita economica dei Paesi emergenti, se ottenuti con gli attuali modelli di consumo, comporterà l’insostenibile peso di 175 milioni di tonnellate di Co2.
 
 
Ma non è paradossale usare, per ricostruire il tempio parigino, il denaro guadagnato distruggendo il tempio dell’umanità? Possiamo  e dobbiamo cambiare le dinamiche che muovono le nostre azioni e di conseguenza delle società, non solo perché sono sempre le stesse di mille anni fa, ma perché non c’è più tempo né alternativa.
 
A cosa serve ricostruire un chiesa, luogo di pace, se prima non si è stati capaci di costruire la pace in sé stessi, e quindi nel mondo?
 
Attorno a Notre-Dame, dalla sua edificazione a oggi, si sono agitati interessi economici, ostentazione di potere, pressioni politiche. Le stesse dinamiche che si agitano oggi nei giorni della ricostruzione. Invece un luogo di culto dovrebbe ispirare pace, interiore ed esteriore, senso di comunità, spirito di condivisione materiale ed esperienziale, reciproco supporto, progresso comune, educazione dei propri figli e influenza positiva sugli altri affinché tutto l’insieme sia orientato al Bene.
 
L’uomo nel suo cammino evolutivo ha saputo fare grandi cose, dal manufatto semplice ma rivoluzionario come la ruota a cattedrali di rara maestria, dalla Divina Commedia alla rilevazione del Bosone di Higgs, la particella di Dio. Essere stati così capaci da scoprire come dividere un atomo non ci garantirà alcun futuro certo e prospero fintanto che non impareremo a dividere anche il pane.