Il “denaro sporco” viaggia sulla blockchain

Binance, che con 120 milioni di utenti è la più grande borsa del mondo per il cambio di criptovalute, dal 2017, cioè dall’anno della sua fondazione per mano di Changpeng Zhao, comunemente noto come “CZ”, al 2021 avrebbe realizzato transazioni per 2,3 miliardi di dollari provenienti da cybercrimini, frodi finanziarie e vendita illegale di droga.

Lo dice un’inchiesta realizzata dall’agenzia di stampa internazionale Reuters sulla base di atti giudiziari, inchieste delle forze dell’ordine e dati delle reti blockchain, che è la tecnologia alla base delle criptovalute. A corroborare quest’inchiesta vi è anche un’indagine della società di ricerche Chainalysis, secondo cui nel 2019 Binance ha ricevuto soldi di provenienza illecita per 770 milioni di dollari.

 

Gli account segnalati per riciclaggio non sono stati chiusi

Soprattutto, ritiene Reuters, gli sforzi di Binance per limitare questo flusso enorme di fondi illeciti di criptovalute sulla sua piattaforma sarebbero stati minimi. Anzi in molte occasioni, nonostante le autorità e gli investigatori privati avessero segnalato alcuni account usati per il riciclaggio, l’exchange si è rifiutato di chiuderli. CZ non ha accettato di essere intervistato da Reuters, ma ha risposto alle accuse ribadendo come Binance abbia sempre collaborato con le autorità al fine di scongiurare proprio queste situazioni, attraverso la voce del Chief Communications Officer dell’azienda.

Il denaro sporco che passa attraverso Binance è solo una piccola parte delle transazioni realizzate dalla borsa di criptovalute, spiega la Reuters, ma in ogni caso dimostra in che misura i criminali impieghino questa tecnologia per riciclare i soldi, una tendenza che preoccupa le autorità di molti paesi.

Naturalmente non ho intenzione di addentrarmi ulteriormente nella vicenda di cronaca che è già abbondantemente battuta dalla stampa internazionale e alla quale lascio tutti gli approfondimenti del caso. Quel che mi interessa nel richiamare l’attenzione su questa vicenda è essenzialmente per la sua esemplarità in due ambiti ben distinti.

 

Di per sé il denaro è neutro, la responsabilità ricade su di noi

In primo luogo, quello lessicale. Non ho mai fatto mistero della mia passione quasi ossessiva per il linguaggio, ho persino recentemente pubblicato insieme a Oscar Farinetti “6×2”, un libro incentrato su 6 lezioni con le quali suggeriamo le parole per fare un buon marketing. Ebbene, di questa vicenda voglio evidenziare come la locuzione “denaro sporco” perseveri nell’ingenerare la conseguente percezione negativa e demonizzata del denaro, quando invece dovremmo iniziare a considerare il denaro senza alcuna polarizzazione.

Il denaro è neutro, di per sé non è né sporco né pulito, è ciò che noi facciamo per addivenire al denaro che invece si tinge di tutte le sfumature di colore, di macchia o di olezzo. Il denaro può essere il nostro padrone, o invece il nostro servo, o invece ancora il nostro consigliere. È il nostro ideale che diverrà presto il nostro scopo o è un mezzo, uno strumento, una possibilità? Anche in questo caso la responsabilità del senso ultimo delle cose ritorna costantemente, sempre, a ciascuno di noi.

 

La blockchain è “sicura”, ma non richiede alcuna identificazione

Il secondo punto è legato alla percezione di sicurezza che siamo portati ad estendere a un intero sistema derivandolo dalle caratteristiche di sicurezza che invece sono intrinseche alla sola tecnologia blockchain.

Dunque, è vero che tutte le transazioni all’interno dei blocchi sono convalidate e concordate tramite un meccanismo di consenso che garantisce che ogni transazione sia effettiva e corretta poiché ogni nuovo blocco si collega a tutti i blocchi precedenti in una catena crittografica praticamente impossibile da manomettere. Ma è altrettanto vero che Il protocollo della Blockchain su cui si basa la criptovaluta Bitcoin, ad esempio, non richiede alcuna identificazione e verifica dei partecipanti, né fornisce uno storico dei movimenti avvenuti collegati a soggetti necessariamente esistenti nel mondo reale.

Questi meccanismi di pseudo-anonimato dotano lo strumento della capacità di prestarsi alle varie attività criminose come il riciclaggio di denaro frutto di illeciti. Anche in questo caso, però, non è certo lo strumento l’imputato, gli imputati siamo noi. Anche in questo caso la responsabilità del senso ultimo delle cose ritorna a ciascuno di noi.