Il Green New Deal è una questione di democrazia

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Il dieci settembre scorso, nel presentare la sua squadra e la nuova struttura della prossima Commissione europea, la Presidente eletta Ursula von der Leyen ha dichiarato di ritenere centrale la necessità di affrontare i cambiamenti climatici, tecnologici e demografici che stanno trasformando le nostre società e il nostro modo di vivere, e quella che sia l’UE a guidare la transizione verso un pianeta in salute e un nuovo mondo digitale. “Voglio che il Green Deal europeo diventi l’elemento distintivo dell’Europa – ha detto –  Il suo fulcro è il nostro impegno a diventare il primo continente al mondo a impatto climatico zero. Si tratta anche di un imperativo economico a lungo termine: chi saprà agire per primo e più rapidamente sarà in grado di cogliere le opportunità offerte dalla transizione ecologica. Voglio che l’Europa sia all’avanguardia. Voglio un’Europa esportatrice di conoscenze, tecnologie e buone pratiche”.

Più o meno nelle stesse ore, durante le dichiarazioni programmatiche alla Camera sulla fiducia al governo, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte diceva “Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa, obiettivo primario del Governo sarà la realizzazione di un Green New Deal, che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici”.

Dunque, sembrerebbe che entrambi gli esecutivi manifestino una accresciuta consapevolezza che per uscire dalla crisi economica, sociale, culturale, umanitaria, del nostro tempo, ci sia bisogno di una svolta. Ma, dando per assodato che non si tratti, come molti malpensanti suggeriscono, di una semplice attività di green washing, sarà davvero sufficiente?

Intanto l’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha reso nota la consueta analisi tendenziale relativa alle emissioni di gas serra in Italia, e stima che nel secondo trimestre di quest’anno si è registrato un incremento rispetto all’anno scorso pari allo 0,8% a fronte di una diminuzione del PIL pari a -0,1%. E che questo incremento è dovuto in larga parte alla crescita dei consumi di combustibili per la produzione di energia elettrica (4,4%), derivante prevalentemente dalla riduzione della produzione di energia idroelettrica e eolica, mentre risultano in decremento i consumi – e quindi le emissioni – di carburanti nel settore dei trasporti (-0,8%) e di gas naturale nel settore del riscaldamento domestico.

Certo, con la loro mobilitazione globale, la #ClimateActionWeek che culminerà venerdì con il terzo sciopero globale, i ragazzi del climate strike ce la stanno mettendo tutta per tenerci focalizzati sul tema.  Certo, si sono svegliati anche i maggiori media di tutto il mondo che hanno aderito al progetto “Covering Climate Now” promosso, tra gli altri, dalla Columbia Journalism Review, il magazine della migliore facoltà di giornalismo, dalla rivista americana The Nation e dal quotidiano britannico The Guardian.

Ma quanto durerà la nostra capacità di prestare loro attenzione? Quanto riusciremo a tenere acceso il riflettore prima di esigere il prossimo giro di giostra? Prima di chiedere che entri il prossimo gladiatore? Panem et circenses dicevano, mutuando Giovenale, nell’antica Roma per indicare le due massime aspirazioni cui ambisce il popolo: pancia piena e giochi. Sembrerebbe essere cambiato poco o niente da allora. Master Chef e demagogia sono quello a cui ci siamo abituati ultimamente. E a sentirci popolo. Ecco perché dei discorsi del Presidente Conte e della Presidente von der Leyen io non vorrei introiettare il tema del Green Deal, sempre più banalizzato al dilemma plastica sì plastica no. Quello su cui vorrei che lavorassimo insieme è contenuto in questo concetto del discorso europeo: “Vogliamo imprimere un nuovo slancio alla democrazia europea. È una nostra responsabilità comune. La democrazia non è soltanto votare ogni 5 anni. È far sentire la propria voce e poter partecipare alla costruzione della società.”

Dobbiamo partire da noi stessi. Dobbiamo avvertire la necessità di attivarci ciascuno presso la propria sfera di relazione dando origine a un moto basato sull’economia sferica che mette la persona al centro e aggiunga al modello basato sulla circolarità, una terza dimensione, quella dell’essere umano radicato nella sua origine e guidato da una vocazione.