Hong Kong, l’etica “liquida” di Tim Cook

30 days ago

Qualche mese fa, quando la Business Roundtable, cioè il Gotha delle aziende americane con 15 milioni di dipendenti e un fatturato complessivo da 7 trilioni di dollari, ha annunciato ai quattro venti di avere spostato il proprio focus dal profitto “a ogni costo” a favore di una nuova idea di azienda che investa sui dipendenti, crei valore per i consumatori, abbia una gestione più etica, ho qui, provocatoriamente e metaforicamente chiesto ai Ceo firmatari del documento, se questa nuova strategia tenesse conto in maniera equanime di ciascuno dei sette livelli da cui dipendono e con cui interagiscono le esistenze di ciascuno di noi, cioè Person, il singolo individuo e la sfera di influenza in cui quotidianamente si manifesta; People, l’Umanità intera; Partnership, tutte le Relazioni che abbiamo con gli altri, con l’ambiente, coi luoghi e gli oggetti; Profit, il Profitto purché ‘giusto’; Prosperity, che non dobbiamo confondere con ricchezza poiché la ricchezza non sempre contiene la prosperità; Planet, la nostra Madre Terra; e Peace, mettersi in relazione con e non in contrapposizione a.

O se piuttosto non ne privilegiasse qualcuno. Quello solito.

Tim Cook, Ceo di Apple, è ovviamente uno dei firmatari, lo stesso che nei giorni scorsi si è trovato a dover spiegare anche ai propri dipendenti il perché della scelta di eliminare dallo store online cinese la App HKmap.live.

“Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto informazioni credibili dall’Hong Kong Cybersecurity and Technology Crime Bureau, così come dagli utenti di Hong Kong, secondo le quali l’applicazione sarebbe stata usata malignamente per colpire in modo violento singoli agenti e per danneggiare individui e proprietà dove non sono presenti forze di polizia. Questo uso ha fatto sì che l’applicazione violasse la legge di Hong Kong. Allo stesso modo, un abuso diffuso viola chiaramente le linee guida dell’App Store, che escludono la possibilità di arrecare danni personali”.

Per chi non avesse seguito la vicenda, il 5 ottobre il People’s Daily, giornale direttamente controllato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, ha accusato questa App di non fornire informazioni sui trasporti a beneficio dei cittadini ma per localizzare la polizia, consentendo ai manifestanti di proseguire nelle violenze ai suoi danni.

L’applicazione aggrega le informazioni pubbliche condivise su diverse piattaforme e social media dai cittadini, e fornisce agli utenti una mappatura del traffico, dei mezzi di trasporto e dei posti di blocco. Questa è la sua peculiarità.

Solo che, agli occhi di Pechino risulta come un’arma, per i comuni utilizzatori è uno strumento facilitatore della viabilità, come hanno fatto notare via Twitter gli sviluppatori del servizio avversando l’idea che sia mai stato usato per compiere imboscate vista l’assenza di prove in tal senso. Ma anche uno scudo protettivo per i cittadini di Hong Kong che vogliono evitare di trovarsi a loro insaputa nel pieno di uno scontro e indifesi in un contesto di brutalità.

Lo ha fatto notare l’imprenditore e parlamentare di Hong Kong Charles Mok, che ha detto di aver scritto a Cook spiegando che la rimozione del servizio causerà problemi ai normali cittadini.

Non è un mistero, lo ha scritto anche Cook ai suoi dipendenti, che la tecnologia può essere utilizzata per il bene o per il male. Ma questo accade per quasi ogni altra invenzione o scoperta. A guidare è l’etica. Ma a quale etica risponde questa decisione? A quale delle tre visioni dello strumento?

A quella di Pechino che lo ritiene un’arma di offesa, a quella dei creatori per i quali è un dispositivo neutro e pratico, a quella dei comuni cittadini di Hong Kong che lo usano per difendersi.

Oppure ne esiste una quarta, quella a cui alludono molti commentatori internazionali quando consigliano alla big di Cupertino di perseguire i valori prima degli utili?