I dolori della giovane Gen Z

26 giorni fa, lettura: 4 min.

La pandemia ha contribuito a rendere i Millennials e la Gen Z sempre più stressati e preoccupati, ma anche sempre più convinti che un mondo con al centro l’uomo e non il profitto è possibile. Lo racconta la Millennial Survey 2020 di Deloitte.

Fatta a fine 2019 in 43 paesi e su un campione di 18.000 individui tra Millennials (1981-1996) e Z (1996-fine anni 2000), l’indagine ha poi voluto e dovuto predisporre un aggiornamento post-pandemia che è stato condotto in 13 paesi e su oltre 9.000 intervistati e che fotografa uno scenario delle giovani generazioni particolarmente complesso, in cui la preoccupazione per il loro futuro lavorativo e finanziario fa costantemente da sfondo.

Anche i giovani italiani si dicono stressati seguendo allo stesso modo il trend globale che con l’arrivo della pandemia ha visto crescere ulteriormente il livello dell’ansia sia tra i Millennial (dal 45% al 47%) sia nella Generazione Z (dal 45% al 48%).

Le loro maggiori fonti di preoccupazione derivano dalla situazione finanziaria di lungo periodo, dal benessere familiare e dalle prospettive di carriera. Anche se c’è stato un significativo aumento dell’ansia per la salute fisica: tra i Millennials italiani si è dichiarato preoccupato per la salute il 39%, tra la Gen Z il 42%.

Questo aumento derivato dalla diffusione del Covid-19, ci racconta oltre tutto come l’impatto psicologico della pandemia abbia raggiunto una certa profondità anche sulle fasce di popolazione meno esposte al virus. Sono stati così profondamente colpiti da questa esperienza, ci dice lo studio, che circa 3 giovani italiani su 4 hanno dichiarato di sentirsi più empatici verso il prossimo e di voler portare un impatto positivo sulla propria comunità.

E in pratica, pur se preoccupati per l’immediatezza, nonostante la quota di italiani incapaci di affrontare una spesa imprevista sia scesa dal 42% al 31% tra i millennials e dal 50% al 25% tra la Gen Z dopo la pandemia, sono consapevoli che il mondo del lavoro cambierà drasticamente, infatti il 65% dei millennial e il 68% degli Z pensano che il tele-lavoro possa avere effetti positivi in termini di work-life balance.

E quindi di fronte alla scelta tra il ritorno in ufficio nelle grandi città e lo smart working in una città più piccola, il 49% dei millennials e 46% degli Z preferirebbero andare via dai grandi centri. Un trend di cui employer e urbanisti stanno già parlando e che potrebbe diventare sempre più rilevante poiché a livello globale i millennial e gli Z che dichiarano di voler lasciare le metropoli sono il 56%.

Dunque, sembrerebbe che la pandemia abbia portato con sé, almeno nelle giovani generazioni italiane, anche un senso più forte di responsabilità individuale tant’è che si dichiarano pronte a rimboccarsi le maniche per far diventare realtà una società migliore rispetto a quella che avevamo impostato prima che tutto ciò accadesse.

Presa coscienza che se anche la realtà in cui viviamo è basata sul primato del profitto sull’essere umano, non è tuttavia l’unico mondo possibile, il tema che resta aperto riguarda le istituzioni: governi e imprese dovranno rispecchiare lo stesso impegno per la società, mettendo le persone al centro di tutti i sistemi. Personalmente ritengo le aziende un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento da protagoniste.

Per far sì che si realizzi un’evoluzione positiva, le aziende devono iniziare a occuparsi non solo del proprio vantaggio ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento, cioè quello in cui operano e dal quale attingono le risorse umane. Il futuro sarà di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di sé stesse, dei propri clienti ma al contempo anche della collettività. In tutto questo l’Uomo, quindi il Suo pensiero, le Sue emozioni e le Sue aspirazioni, elemento artistico su cui far convergere una profonda riflessione, deve essere posto al centro di tutto.