
(questo post è uno di una serie di 6 pubblicati nel blog, in cui racconto il mio viaggio e le riflessioni grazie ad esso fatte. Buona lettura e grazie per il tempo che vi dedicherai…)
Questa volta il programma sarebbe stato intensissimo e di estrema curiosità; ci saremmo mossi su e giù per tutta la Bay Area, da San Francisco a Cupertino, da San Jose a Palo Alto, da San Bruno a Mountainview a Sunnyvale: La sensazione avuta è stata proprio quella dell’antica caccia all’oro.
San Francisco è una città alla quale sono particolarmente affezionato avendoci vissuto quasi un anno nel 1992. Da allora ero tornato una sola volta ma in nessuna delle due occasioni mi era ben chiaro cosa stesse accadendo a pochi kilometri da dove mi trovavo. Nel primo caso ero in fuga da Milano, alla ricerca di una dimensione incantata che spesso attrae gli adolescenti e che mi aveva indotto a scappare lasciando quasi tutto e tutti (famiglia, affetti, casa, fidanzata, studi). Nel secondo caso, parecchi anni dopo, si era trattato di una vacanza con mia moglie ed era stata per lo più un’occasione per rivedere (…con un po’ di malinconia) quei luoghi in cui avevo vissuto parecchi anni prima.
Questa volta il programma sarebbe stato intensissimo e di estrema curiosità; ci saremmo mossi su e giù per tutta la Bay Area, da San Francisco a Cupertino, da San Jose a Palo Alto, da San Bruno a Mountainview a Sunnyvale. Bastava scorrere l’elenco delle aziende che avremmo incontrato perché fosse immediatamente evidente lo standing dell’esperienza: American Chamber of Commerce (Camera di Commercio Americana), Consolato Italiano, Google, YouTube, Cisco, Facebook, Nuance (azienda leader al mondo nel riconoscimento locale), Stanford University, Apple, Wells Fargo Bank, Ericsson, Lithium, Mind the Bridge, PayPal, Ebay, PlugandPlay, Skype.
La sensazione avuta è stata proprio quella dell’antica caccia all’oro. Uno spirito pionieristico, simile a quello che animava i primi esploratori venuti nell’antico West, pervade la vita di tantissime di queste aziende e degli uomini che in esse lavorano. Lo stesso animo è però percepibile nell’aria che si respira tutto intorno. Oltre alle decine di migliaia di persone impiegate in queste grandi realtà ve ne sono tantissime altre impegnate in centinaia, forse migliaia, di start-up che coltivano il sogno della scalata fino alla quotazione in borsa o il sogno dell’acquisizione da parte dei grandi player (solo Google ne acquisisce circa un centinaio ogni anno). Tutto questo, in soli vent’anni, ha reso la Silicon Valley uno dei luoghi (forse ‘IL’ luogo) più stimolante e, intellettualmente e operativamente, più dinamico dell’intero pianeta. Qui è forte la sensazione che vivano uomini e donne con la vocazione della ricerca spasmodica del costante miglioramento. Questa, infatti, è stata la medesima sensazione avuta in circostanze però diametralmente opposte.
In un caso, in Google, oltre ai tanti interventi a cui ho assistito aventi ad oggetto vari prodotti (alcuni dei quali ancora in fase di evoluzione e su cui ci è stata chiesta riservatezza) uno in particolare, fatto da una dirigente della Direzione HR, veniva chiuso con una slide tanto essenziale e povera nella grafica quanto devastante nella forza del suo contenuto. Citava: “We are changing the world here”. La parola chiave è per me ‘here’. E’ questa la parola che indica la chiara e forte consapevolezza con cui quotidianamente Brin e Page guidano la loro azienda.
Ricordo un articolo di Wired di Ellen Mcgrit, giornalista di ‘Fast Company’ (la bibbia del mondo start-up), in cui Mark Pincus, fondatore di Zynga (che oggi vale mezzo miliardo di dollari l’anno), diceva di voler lavorare su qualcosa che rimanga nella vita delle persone e non su un titolo in borsa da rivendersi a peso d’oro. “Si tratta di creare una cosa che non faccia più ricordare come fosse la vita prima”, dice.
In un altro caso ho invece assistito a cosa a volte avviene all’origine di tanti successi partoriti nella Bay Area. “Mind The Bridge” è una fondazione no-profit impegnata nel sostenere la relazione Italia–Bay Area. Dal sito si può dedurre in maniera più dettagliata quale sia la loro mission. Una sera ci siamo trovati al Pier 38 in un vecchio molo del porto, solo parzialmente ristrutturato. Un grande open space diviso in tre grandi aree. Le due aree ai lati fatte di grandi spazi con una trentina di scrivanie zeppe di mac o pc, al centro una terza area con una vecchia zona bar, con cinque o sei tavolini tondi al centro, che sembrava un Saloon dei vecchi film western con le musiche di Morricone. Un mix di ingegneri, programmatori, geek, nerd con infradito, bermuda, jeans e t-shirt. Rare le camice, introvabili i pantaloni con taglio classico. Qualche birra, mexican chips a volontà, e la serata parte.
Breve intro di Marco Marinucci (Founder & Executive Director di “Mind The Bridge” nonché dirigente di Google) e la parola passa subito a Fadi Bishara, a San Francisco da oltre 15 anni, ingegnere e ora Seed-Stage Venture Investor/Advisor di parecchie start-up della Baia, che spiega agli astanti le regole d’oro delle start-up, frutto di un’approfondita indagine fatta in questi anni dalla sua organizzazione in collaborazione con investor internazionali e agenzie di ricerca di tutto il mondo. In sintesi: avere una buona idea – farne il business model – farne il business plan (ma non prima di avere il prodotto, di avere un cliente, di avere un mercato) – valutare la scalabilità dell’iniziativa nel tempo – exit (quotazione o vendita). Tutto in meno di 30 minuti. Per chi pensa che sia troppo facile …vedere suo conto corrente in banca o accontentarsi del suo profilo su LinkedIn . Conto corrente a parte (…chi se ne frega!) mi è proprio parso una persona capace, competente e affidabile.
Dopo di che è partita la parte più intensa della serata. Cinque ragazzi, messi in fila da Marinucci davanti agli altri circa trenta/quaranta presenti (compresi noi), in pochi minuti hanno presentato le loro idee e ci hanno dato appuntamento ai loro tavoli nel mezzo della sala per gli approfondimenti. Età media 30 anni, passione adolescenziale, fuoco negli occhi, fremiti nel corpo, un po’ di pazzia nel cervello. Mi sembravano proprio dei pionieri e quella sensazione ha fatto risuonare in me la medesima attitudine che da anni mi abita e che sempre più raramente vedo attorno a me in Italia.
Per chi comunque non credesse ancora alla corsa all’oro nel Wild Wild West del ventunesimo secolo, chiedere a Loris Degioanni. Loris era sulla copertina di Wired di Luglio e mi dicono essere stato ospite della prima puntata di “Hotel Patria”. A fine serata Loris era in piedi a fianco a me perché era venuto a salutare Marinucci con cui stavo parlando. Io non sapevo chi fosse Loris. Sebbene avessi letto di lui su Wired non avevo collegato nome e volto. Ragazzo semplicissimo. Quando se n’è andato, Marinucci mi ha detto “sai chi era quel ragazzo?”. Per la risposta leggere Wired. E non importa se solo pochi ce la fanno. Non c’è più tempo per queste obiezioni di questo tipo! Serata fantastica. Pensieri intensi per tutta la notte che è seguita.
Di grande rilievo anche la lezione tenuta dal Prof. Tom Byers del Management Science and Engineering Department della Stanford University. Se è vero che a Los Angeles tutti i giovani girano con una sceneggiatura in tasca, la leggenda vuole che qui a Stanford tutti gli studenti girano con un business plan in tasca. La sintesi dell’intervento del professore è contenuta in una delle prime slide della sua lezione: “Entrepreneurship can change the world” (…e torna alla mente la slide di Google citata nel blog precedente). A tal proposito consiglio di navigare il sito http//: ecorner.stanford.edu e di leggere i libri consigliati dal Professore: ”Business model design”, ”Getting to plan B”, ”What I whish I knew when I was 20″. Autori o blogger consigliati sempre dal professore: Marc Andreessen, Guy Kawasaki, Steve Blank. Il professore ci lascia con un aneddoto. A Stanford molti professori sono stati o sono tuttora imprenditori, molti sono anche angel investor. Si dice che un giorno Page e Brin andarono dal loro professore a presentare un progetto (che sarebbe poi diventato Google) ma lui non aveva tempo e, letta la prima slide della presentazione, disse loro “ora non ho tempo di leggere tutto ma mi mi piace e mi fido” e gli diede un assegno di 100.000,00 dollari che però i ragazzi non poterono incassare perché l’azienda non era ancora costituita. L’assegno, bloccato da una calamita, restò appeso per un bel po’ al frigorifero a casa di Brin o Page. Alla fine della lezione, il Prof. Byers si congeda con semplicità: “Tutti hanno un’idea. E’ trasformare un’idea in opportunità che fa la differenza”.
Al termine di queste due esperienze sul fare impresa in generale e sulle start-up in particolare sorgono delle riflessioni.
Perché in Italia non c’è una forte cultura delle start-up e non viene insegnato come fare impresa in maniera concreta, reale, pratica, e non teorica?
Perché non esistono più i mecenati di un tempo? E se esistessero ancora, dove sono in Italia i Lorenzo De’ Medici del terzo millennio che sappiano riconoscere il fuoco della passione negli occhi e valutare il giusto mix tra una buona idea, chi la propone, la sua fattibilità e la sua scalabilità e vogliano poi investire su di essa?
Perché demonizzare il ‘fallimento’, momento che invece considero di assoluta maturazione e intensa esperienza, e non farne invece l’origine, la genesi, di possibili prossimi successi?
(puoi vedere la photo gallery del viaggio nella sezione ‘FOTO’ del blog)
Carissimo,
curioso che poche ore fa, tu abbia postato su twitter questo tuo splendido articolo, proprio mentre sono in partenza per la Silicon Valley e per la costituzione di una s.p.a. nuova di zecca nel settore IT…
Ci sentiamo, un abbraccio,
D.