
(questo post è uno di una serie di 3 pubblicati nel blog. Buona lettura…)
Il dolore è effetto dell’attaccamento che abbiamo alle cose, e l’attaccamento ad esse si fonda su un’illusione: l’eternità. Quando invece riesci ad essere presente all’idea che tutto è a tempo, immediatamente si placa l’affanno prodotto nel cercare di accumulare incessantemente cose che non avremo nemmeno il tempo di consumare, di godere.
E’ un periodo di forti e inusuali sollecitazioni. Ho la netta sensazione che menti, cuori e corpi delle persone stiano venendo raggiunte da stimolazioni inaspettate e di difficile comprensione per i più. Attoro a me sento oramai con regolarità e ricorrenza sempre lo stesso ritornello: “…ma quando finirà?”. Come se stesse montando un sentimento latente di preoccupazione che sta per trasbordare nella paura. Paura di qualcosa che non si conosce cosa sia, ma che si sa che accadrà. Paura di qualcosa che, una volta accaduto, si teme di non poter comprendere. Qualcosa che, una volta accaduto, ci costringerà a una perdita, a un distacco, e quindi a una sofferenza.
Fantastica l’interpretazione in “Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi che riuscirono a farci ridere della più ovvia delle verità.
Guardando fuori di me, attorno a me, ho più volte osservato accadere le medesime dinamiche che accadono anche a me …in me. Le leggi che governano sia gli accadimenti nel mondo che i processi intellettuali, emotivi e istintivi che da questi si generano poi in noi, sono infatti sempre le stesse (nelle Sacre Scritture è scritto…“nel grande come nel piccolo”). Da un’attenta lettura dei corsi e ricorsi storici si può notare come spesso il sistema sociale, e conseguentemente quello politico ed economico, sia stato fondato (e poi controllato) ricorrendo a idee e azioni che generavano sempre lo stesso sentimento: la paura. Il processo è sempre lo stesso e dura anni, a volte interi secoli. All’inizio l’attenzione della moltitudine viene costretta a modelli (inizialmente esteriori ma che poi divengono anche interiori) che generano prima un desiderio di emoluzione e poi di possesso. Dopo questa prima fase ipnotica l’attenzione viene distolta e fatta riporre su accadimenti che tendenzialmente potrebbero avere come conseguenza la perdita dello status acquisito e di tutto quanto è ad esso connesso (persone, cose, idee, sentimenti, emozioni, sensazioni). Quando si giunge al limite quasi-finale di questa condizione si innesca la paura, così che la massa cerca rifugio in chi si propone come risolutore di questa condizione. Qualcosa o qualcuno che possa ripristinare, restituendocela, quella condizione a cui eravamo abituati; la sola che ci dava sicurezza. La sicurezza di avere qualcosa, la sicurezza di essere qualcuno/qualcosa.
Ho ripetutamente sia osservato negli altri che sperimentato nella mia vita come la paura sia originariamente uno stato psichico che solo in seguito prende forma nella carne, oltre che nei sentimenti e nei pensieri, e mi sono chiesto come evitare di restare in uno stato che era per me di assoluta inutilità perchè non produceva nulla di nutriente per la mia vita dato che la paura rende passivi e immobilizza. Ho quindi riposto l’attenzione su una cosa nuova: non più la paura ma cosa la genera. Perchè la questione non è il come non aver paura; la questione come interrompere il processo che la genera.
Sto ora realizzando quanto tutto abbia origine nell’attaccamento che abbiamo a tutti quei riferimenti su cui costruiamo la nostra sicurezza e la nostra identità: cose, idee, sentimenti, persone, oggetti, luoghi, abitudini …insomma, la nostra vita, con la quale siamo costantemente identificati perchè solo in essa ci riconosciamo; perchè essa noi siamo. Tutto questo si fonda però su una grande illusione. L’illusione che questa vita sia eterna. Che sia per sempre. Perchè essere attaccati a qualcosa che per sua stessa natura è destinata a una dimensione spazio-temporale che, per quanto lunga e ampia, è comunque finita e quindi destinata presto a non essere più?
Liberandosi da questa illusione, il potere che tutti quei riferimenti hanno su di noi immediatamente diminuisce, fino ad avere la sensazione che possa veramente perdere efficacia del tutto. E nella sua estinzione c’è il seme dell’estinzione del dolore che il distacco da essi altrimenti genererebbe nella nostra esistenza. Il dolore è effetto dell’attaccamento che abbiamo alle cose, e l’attaccamento ad esse si fonda su un’illusione: l’eternità. Quando invece riesci ad essere presente all’idea che tutto, eccetto la nostra Anima, è a tempo, immediatamente si placa l’affanno prodotto nel cercare di accumulare incessantemente cose che non avremo nemmeno il tempo di consumare, di godere. La bestemmia non risiede infatti nell’accumulo del molto solo fra pochissimi uomini; la bestemmia è che quegli uomini non avranno nemmeno il tempo di godere di tutto quanto è stato accumulato. E fra quegli uomini, che hanno più di quanto serva loro, ci sta la maggior parte di noi.
Esiste un testo bellissimo, recentemente edito dalla casa editrice Edizioni 3P nella sua collana ‘Percorsi Mistici’, intitolato “Estinguere il dolore”. Nella sua introduzione (che fedelmente riporto) viene scritto “…il Buddhismo, pur partendo da presupposti condivisi con la scienza moderna, va molto più in là di questa nel descrivere l’orizzonte di ciò che è accessibile all’uomo e, cosa non meno importante, accosta al sapere l’etica in un sistema armonico, estremamente raffinato. Il Buddha è propugnatore di una via che egli stesso scopre sperimentale, grazie alla ricerca personale di un’esperienza metafisica, la quale ha il dichiarato scopo di produrre una guarigione morale dalla sofferenza.” Questa idea di ‘estinzione’, definita nella tradizione buddhista con la parola ‘nirvana’, cioè l’estinzione di sè nel vuoto la cui esperienza produce nell’uomo la liberazione da ogni attaccamento, ricorre anche nella tradizione dei mistici dell’Islam i quali si propongono il raggiungimento di uno stato che definiscono ‘fanà’ (anche questo termine traducibile come ‘estinzione’).”
Herman Hesse in “Siddharta” fa dire a colui che poi diventerà il Buddha “Se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come una pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell’anima propria che potrebbe contrastare a questa meta. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compiere opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.”
Nel primo (1/3) di questi post intitolati “La cura” si è forse fatta un pò di filosofia, è vero. Nel prossimo (2/3) che seguirà fra qualche giorno, faremo anche un pò di provocante pratica. Nel frattempo, poichè nutro una speranza immensa nell’uomo e nella sua capacità di prendersi cura di sè e degli altri, mi prendo la facoltà di dedicare a chi legge la stessa canzone dedicata a mia moglie il giorno del nostro matrimonio: “La Cura” di Franco Battiato, maestro assoluto e uomo di infinita sensibilità. Lasciate che le parole vi penetrino… e non abbiate paura!
E’ da oggi pomeriggio che cerco di leggere questo testo..ci riesco solo ora e credo non sia un caso!grazie per avermi fatto trovare queste righe che mi nutrono in un momento molto particolare. Attendo la 2* parte!
Ciao Oscar,
, …l’illusione che il dolore, la paura, siano solo manifestazione di un illusione più grande, ovvero che la vita sia eterna, credo sia una semplice illusione dei sensi, un ossimoro percettivo tra i più grandi paradossi della ragione.
tanti spunti di riflessione….. ma non facciamoci troppe illusioni
Parlando di paura, ci dobbiamo riferire al sentimento di passione irrazionale, e non a quella razionale (ovvero in previsione di una possibile calamità, piccola o grande che sia, sarebbe comunque essa stessa ragionevole, necessaria). La prima può essere a volte lenita dall’illusione dell’eternità, può essere attenuata da essa, ma mai vinta completamente. Infatti, la fede in una vita eterna non può che nascere da emozioni, sicuramente non dalla ragione. Tutti credo abbiamo paura della morte, anzi essa è istintiva e biologicamente utile alla salvezza della specie. Chiunque credesse veramente in una vita a eterna, in una vita futura, non dovrebbe poi essere spaventato dal pensiero della morte. Mi sembra ragionevole pensare che l’idea stessa dell’eternità non sia che il semplice riflesso del nostro spasmodico interesse nel vivere il più a lungo possibile, nel nostro continuo temere la morte. Una sorta di strano anello, per usare le parole di Hofstadter, un godeliano ciclo infinito che si auto sostiene. Se vuoi una specie di spirale di Frazer dove l’immagine apparente è in realtà formata da una serie di cerchi concentrici.
E’ vero che la paura, il dolore, spesso portano alla crudeltà, all’odio, all’invidia, e benché queste siano siano sempre state caratteristiche umane, è doveroso per ognuno di noi indirizzarle affinché siano il meno dannose possibili. Spesso o forse sempre, le religioni, si sono nutrite e rigenerate su questi istinti, ma questi sono altri discorsi…. Cosa ci resta da fare ? …e qui che paradossalmente, ma piacevolmente, arrivo comunque al tuo stesso risultato: “La liberazione è la distruzione della schiavitù, che consiste nella sensazione di possedere personalmente gli oggetti, concepiti come fonte di piacere o dolore.” (upanishad-niralambopanisad 31).
Ci arrivo forse da un’altra via che è quella della filosofia del valore, che non ha bisogno ne dell’estremo “piacere stabile”, via del piacere di Epicuro, ne di quello “atarassico” delle upanishad.
Concludo facendo mie le parole di Marco Aurelio: «Tutto ciò che è in armonia con te, o Universo, lo è pure con me».
un saluto, ciao
Fulvio
Parole intense …e vere, Fulvio. Grazie.
L’eternita’ non e’ un illusione, e’ una esperienza. L’ultima e la prima. E’ una conquista e un regalo di Dio.
Certamente, Claudio, la penso anch’io così. Ma di quale eternità stiamo parlando? E di quale consapevolezza di essa stiamo parlando esattamente?
Tutto quello che dici lo apprezzo molto ed e’ vero che se penso al limite del tempo sto meglio ma poi penso al domani dei figli all’incertezza del loro futuro e un Po di paura torna
Oscar,
Sono arrivato al tuo blog tramite Matteo Flora. Siamo coetanei e da tempo anche io rifletto sul rapporto tra dolore e spiritualità. Ho amici buddisti e conosco la bellezza della ricerca personale che conduce all’ascesi ed all’illuminazione.
Quello che tuttavia non capisco e non condivido appieno di chi ritiene ineluttabile il dolore che si sprigiona nell’universo è l’assenza di una dimensione comunitaria dell’esistenza.
Mi affascina invece l’idea rappresentata dalla parola Ubuntu: io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti.
Per questo la saggeza del sasso che va a fondo per la via più breve la sostituisco con quella del caleidoscopio che assorbe la luce del sole e trasmette immagini nuove e diverse ad ogni movimento.
Si nasce e si muore soli ma la fortuna della nostra esperienza terrena consiste nel poter condividere con altri il dono di questo miracolo che contribuiamo a costruire con i nostri pensieri coscienti e con la nostra razionalità limitata che ci permette ugualmente di intuire che questo è “solo l’ombra della luce”.
Grazie per avermi permesso di fare queste riflessioni.
Marco
Ciao Marco, piacere mio. Le tue parole risuonano molto coi miei pensieri ….grazie per averle offerte prima della notte. Aiuteranno a un riposo più ristoratore. Concordo con quanto scrivi. Se ne avrai voglia, in qualche altro dei post precedenti potrai trovare molta coerenza con la tua sensibilità. Buona notte!
Grazie Oscar. sono spunti MOLTO interessanti che mi fanno SOTTOLINEARE 2 aspetti:
Nei momenti di paura la cosa IMPORTANTE è vedere oltre, cioè vedere l’obbiettivo che ognuno di noi si è prefissato (mi viene una domanda:”siamo capaci di conoscere i nostri veri obbiettivi?) questo aiuta la persona ad essere DETERMINATO (una volta dicevo arrabbiato) e quindi capace di far ACCADERE le cose.
Il secondo aspetto è l’ETERNITA’, cioè intendo dire che una persona muore sotto forma di materia ma rimane in vita lasciando un SEGNO nelle persone e questo secondo me è PER SEMPRE.
Grazie Gianni. Yes, è proprio così.
Esistono due sentimenti nel linguaggio dell’anima: paura e amore. Rappresentano i due estremi: la vita e la morte. Ogni azione e ogni pensiero umano si basa su queste due parole. sono variazioni sullo stesso tema. L’umanità prima ama e poi distrugge. E’ una continua oscillazione fra un sentimento e l’altro: amore e paura.
Non sono d’accordo nel concepire la Vita “a tempo”: l’anima vive al di fuori del Tempo – l’attimo e l’eternità. L’errore che genera confusione e paure è dimenticarsi di essere un’Anima che risiede in un corpo.
Conoscere la propria identità è una risorsa che genera sogni e azioni; al contrario, l’identificazione in un “corpo” e in un “ruolo” genera attaccamento, avidità, gelosia e condizioni dell’essere non benefiche.
Purtroppo, perché ogni uomo abbia diritto di dedicarsi alla “cura” della propria Anima deve non dover soffrire la fame e le umiliazioni sociali che oggi la nostra società impone e cela in contemporanea. E’ sufficiente camminare per le vie di Milano per rendersi conto che la “crisi” non è solo un problema di ricchezza o povertà, ma di umiliazione e di assenza di UMANITA’: trattare il prossimo senza distinzione di etnia, religione, classe sociale, sesso, è ancora un valore che riscontro di rado nelle persone.
E’ un mio sogno poter portare aiuti umanitari anche in terre lontane portando anche l’esempio di una società che non manifesti le stesse identiche problematiche. Portare aiuto dovrebbe significare portare un esempio.
Un saluto solare,
Delilah
PS. Un abbraccio anche da Gianfranco che, seduto vicino a me, ha condiviso queste impressioni.
Ciao Delilah (ciao Gianfranco). Quanto scrivevo indicava esattamemnte questo. Io non lo so, e se lo so non lo ricordo, ma in cuor mio anch’io credo in una vita al di fuori dal tempo. Quanto condividevo nel post era semplicemente la sensazione che ancora molti uomini attorno a me vivano invece in una dimensione ristretta alle dimensioni di tempo e di spazio cpsì come ce le hanno insegnate.
Cito dal testo: “L’illusione che questa vita sia eterna. Che sia per sempre. Perchè essere attaccati a qualcosa che per sua stessa natura è destinata a una dimensione spazio-temporale che, per quanto lunga e ampia, è comunque finita e quindi destinata presto a non essere più?
Liberandosi da questa illusione, il potere che tutti quei riferimenti hanno su di noi immediatamente diminuisce, fino ad avere la sensazione che possa veramente perdere efficacia del tutto. E nella sua estinzione c’è il seme dell’estinzione del dolore che il distacco da essi altrimenti genererebbe nella nostra esistenza. Il dolore è effetto dell’attaccamento che abbiamo alle cose, e l’attaccamento ad esse si fonda su un’illusione: l’eternità.”
Certo che tutto questo è incontestabile e sarebbe anche risolutivo se noi avessimo a che fare sempre e solo con una parte di noi, abbiamo però molte parti che convivono e si alternano continuamente sul sedile del pilota, tutte hanno il loro diritto anche se molte di loro riescono a sottrarre spazio ad altre che sarebbero più utili in alcuni momenti. Ma c’è spazio per “tutti” ed abbiamo ancora a disposizione la possibilità di scegliere intenzionalmente dove porre la nostra attenzione per minimizzare l’impatto destabilizzante del fenomeno..accettando ciò che Mauro descrive sinceramente come sequenza “naturale” per quanto i due “Mauro” che pensano non siano sempre lo stesso Mauro essi hanno giustamente il loro spazio nella nostra esistenza.
Cito a memoria due storielle zen una sulla soggettività dei fenomeni ed un altra sull’ignoto.
” Un maestro zen raduna i suoi discepoli e dichiara in tono secco prima di ritirarsi nella sua stanza che prima dell’alba il mondo sarebbe finito. Tutti rimangono a bocca aperta e terrorizzati iniziano una veglia di preghiere intense per cercare di scongiurare la catastrofe finale. Giunta l’alba del giorno dopo i discepoli euforici corrono nella stanza del maestro per rallegrarsi con lui dello scampato pericolo, e lo trovano morto.”
Un giovane discepolo chiede al vecchio maestro: ” Maestro, cosa c’è dopo la morte?” e Il vecchio saggio risponde : ” non lo so! non sono ancora morto”.
Ok ok ne conosco di più allegre magari un altra volta…
Attendo anche io (si direbbe con ansia ma la evito)la seconda parte.
E’ vero, il dolore è anche l’effetto dell’attaccamento, verso cose o persone: la perdita o la separazione da qualcuno (una persona cara) o da da qualcosa (ad esempio, da una casa con i suoi ricordi) o anche da un animale (ad esempio, un cane) cui si è stati umanamente “attaccati” … l’affetto rimane e può continuare anche dopo se serve superare e sconfiggere il dolore ..
Non credo, però, che l’attaccamento si basi sull’illusione dell’eternità, piuttosto essere consci che tutto ha un un suo tempo aiuta a:
1) superare la paura ad esempio della morte, credendo che se qualcosa ci sarà, allora è bene continuare a ricordare sebbene non ci sia più, perchè ciò che sembra perso, se si è consci e convinti o presenti allora non c’è più dolore ma forza d’animo;
2) continuare sulla propria strada … accumulare, o meglio, raccogliere per sè e per i propri figli.
Ecco, qui la paura che essi non potranno avere quanto abbiamo avuto noi, è tremendamente enorme!
In altri termini, la cura della paura secondo me non ha altro luogo se non in noi stessi e nelle persone che ci circondano, nell’ambiente che viviamo e osserviamo; a volte facciamo errori nell’interpretare l’ambiente o quanto ci viene detto, ma chi prima chi dopo riflettendo comprende e corregge. Può essere che sia una sorta di esperienza metafisica, come scrivi riportando una testimonianza buddista?
Caro amico mio,
è la prima volta che trovo uno dei tuoi (?) post banale: l’interrogativo è solo dovuto al fatto che non ho ancora ben capito se le domande/risposte siano tue o di “qualcuno da Assisi”…
Mi spiego, onde evitare malintesi con Sabrina e colgo l’occasione per ringraziare tale Edson che non so chi sia o che sesso abbia (poco importa) per avermi “quotato” nel post: L’entusiasmo del nostro tempo: “La fiamma della candela consuma se stessa per esserci” (2/3):
Il tuo (vostro?) testo ripete su tre paragrafi lo stesso concetto: paura > dolore > attaccamento > illusione > eternità.
Ne bastava uno, io l’avevo capito subito e credo anche gli altri.
A parte ciò, è intriso di filosofia “accartocciata”. Chi parla, discute o discetta di filosofia ha un solo obbligo: la chiarezza!
Questa “certezza” non è mia, bensì di un tale Bruno Munari, unico soggetto al mondo che avrei potuto definire mio “maestro”, ma non l’ho fatto neanche con lui.
Nonostante la grande differenza di età eravamo amici, e quindi, non aveva bisogno di controllarmi come un analista. Se trovo l’intervista che gli feci nel 1987 (?) vi attacco il PDF, credo che si rivelerebbe ancora attuale.
Non sono d’accordo che la “paura” possa uccidere le idee, e sinceramente non ho neanche capito la paura di cosa? Se fosse quella di perdere dei privilegi materiali acquisiti, ho già espresso ampiamente il concetto nel post citato sopra “La fiamma della candela consuma…”, quando mi immaginavo che Oscar va da “Monsieur Mediolanum” e gli propone l’eternità reale, non quella fittizia, che non è riuscita neanche a Tutankhamon & co.
Le idee sono l’unica cosa che nulla e nessuno potrà mai toglierci, neanche sotto tortura. Ci potranno togliere la casa, l’auto, i vestiti e (forse) anche la verginità mentale e fisica, ma mai, ciò che abita nel nostro cervello.
“Abbiamo vissuto in quegli anni cercando di avere il meglio, per noi e per i nostri amici,
era quasi commovente vedere uomini tanto raffinati e donne così belle dedicarsi alle cose più futili e divertenti, senza grandi sensi di colpa, ma con un grande senso di urgenza.
La nostra gaiezza di allora, era solo un trucco del cuore”.
Anche questa non è mia, è tratta da “Il grande Gatsby” di Scott-Fitzgerald.
Ho sempre ritenuto che in questa frase (che ho incorniciato nel mio ufficio nel 1985) ci sia l’essenza di ciò che era successo ai nostri padri, succede ancora oggi a noi, e succederà domani ai nostri figli…
Alleggeriamo l’aria: è già pesante di suo.
Saluti a tutti
G
Nessuna grande idea è mai nata da una conferenza, ma solo tante stupide idee hanno trovato la loro conclusione.
Quando si è soli nel corpo e nello spirito si ha bisogno di solitudine, e la solitudine genera altra solitudine.
So che qui [A Roma] non mi piacerebbe niente. Mi piace la Francia dove tutti si credono Napoleone Bonaparte. Qui tutti credono di essere Cristo.
(tratti da: “Di qua dal Paradiso”)
L’intimità si crea così. Prima si dà il miglior ritratto di se stesso, un prodotto splendente e rifinito, ritoccato di vanterie e falsità e umorismi. Poi diventano necessari i particolari e si dipinge un secondo ritratto e poi un terzo… In breve i lineamenti migliori si cancellano… e finalmente si rivela il segreto: i piani dei ritratti si sono mescolati e ci hanno tradito, e per quanto continuiamo a dipingere non riusciamo più a vendere un quadro.
(tratto da: Il grande Gatsby)
Il tutto (sempre) di Francis Scott Fitzgerald.
Argomento difficilissimo e delicatissimo…già il titolo del post mi ha fatto avvertire un aumento dei battiti cardiaci….man mano che scorrevo le parole questa sensazione aumentava sempre più. Ho letto il post tutto d’un fiato nella speranza di leggere una soluzione, una pozione magica per arginare la sensazione di paura, ansia e impotenza che ognuno di noi ha provato almeno una volta (se non di più) nella vita.
La cosa che sorprende è che nonostante cerchiamo di convincerci che ogni cosa abbia un significato, che gli avvenimenti non capitino per caso ma seguano un disegno “divino” già scritto e che ci mettono alla prova, tuttavia ogni volta è come fosse la prima. Non ci abituiamo mai al dolore ed alla paura, soprattutto quando non riusciamo a trovarne la motivazione, perchè forse apparentemente tale motivazione non esiste…come dice Vasco “non ha un senso”.
In quei momenti non è semplice razionalizzare, ti senti come in una centrifuga oppure hai la sensazione di guardarti dall’esterno come se le cose non stiano succedendo davvero a te.
Non mi riferisco all’attaccamento alle cose, ormai la società del consumismo (che personalmente non condanno) ci ha abituato alla conquista e perdita delle cose ma mi riferisco all’attaccamento alle persone, quelle persone che ci hanno dato la vita, che ci hanno aiutato a viverla e che ci hanno dato la possibilità di espressione più pura, accettandoci incondizionatamente.
Bè è davvero difficile affrontare i momenti in cui si avverte la possibilità di perdere queste persone ed è davvero insopportabile il prendere atto di non vivere più nel mondo della “mulino bianco” quel mondo dove proprio quelle persone ci hanno cresciuto. Ci rendiamo conto di camminare solo sulle nostre gambe e di doverlo fare nel migliore dei modi per noi stessi e per loro.
Forse è questo il senso….accettare il fatto che la vita è come una staffetta….prima o poi bisogna accettare di ricevere il testimone e farlo con tutta la serenità di cui siamo capaci.
Un abbraccio a tutti.
Anch’io sono stata raggiunta qualche giorno fa da questo flusso di “stimolazioni inaspettate” che, non lo nego, mi hanno provocato una sensazione poco piacevole…sicuramente più vicina al dolore che alla gioia. E’ stata una sorpresa perchè (purtroppo!!) non mi sono scoperta neutra di fronte a tutto questo. Il dolore toglie spazio alla possibilità di essere neutri, e quindi eterni. Anche se razionalmente lo sappiamo…quando ne veniamo raggiunti spesso è una memoria che risponde per noi e non ci permette di ridurre al massimo il dolore (cosa forse più utile del raggiungimento del risultato…perchè alla fine, come ho avuto il piacere di leggere, conteranno forse di più le nostre consapevolezze delle nostre personali vittore/sconfitte). Ho trovato e letto spunti e idee molto interessanti nei commenti a questo post, a riprova che la condivisione porta sempre ricchezza soprattutto se fatta con un gruppo di persone. Mi importa poco sapere da dove arrivano le domande e le risposte…ciò che conta è che io ne sia raggiunta e, ancora meglio…provi a traslarle nella mia vita.
Grazieee!!
Ciao Oscar, sicuramente conosci questa bella storia…magari qualcuno dei Nostri Amici non ancora; a presto.
“Kitano Gempo, abate del tempio Eihei, aveva novantadue anni quando morì nel 1933. Per tutta la vita si era sforzato di non attaccarsi a nulla. A vent’anni, quand’era mendicante girovago, incontrò per caso un viandante che fumava tabacco. Mentre scendevano insieme lungo una strada di montagna, si fermarono a riposare sotto un albero. Il viandante gli offrì da fumare e Kitano, che in quel momento aveva una gran fame, accettò volentieri.
«Com’è piacevole fumare!» osservò. E l’altro, prima di separarsi da lui, gli diede un’altra pipa e del tabacco.
Kitano pensò tra sé: «Queste cose piacevoli rischiano di disturbare la meditazione. Voglio smettere subito prima che sia troppo tardi». E gettò via l’occorrente per fumare. Quando aveva ventitré anni studiò l’ “I-King”, la più profonda dottrina dell’universo. Era d’inverno, e lui aveva bisogno di vestiti pesanti. Scrisse al suo insegnante, che viveva a cento miglia di distanza, spiegandogli la sua necessità, e affidò la lettera a un viaggiatore perché la recapitasse. Passò quasi tutto l’inverno e non arrivarono né la risposta né i vestiti. Allora Kitano ricorse alla prescienza dell’ “I-King”, che insegna anche l’arte della divinazione, per accertare se la sua lettera fosse o no andata smarrita. Appurò che era proprio così. Una successiva lettera del suo insegnante non faceva alcun accenno ai vestiti.
«Se con l’ “I-King” io faccio un lavoro così esatto e determinante, potrei trascurare la mia meditazione» pensò Kitano. Così abbandonò quell’insegnamento meraviglioso e non ricorse mai più ai suoi poteri.
Quando aveva ventotto anni studiò calligrafia e poesia cinese. Divenne così bravo in queste arti che ebbe gli elogi del suo insegnante. Kitano pensò: «Se non smetto adesso, sarò un poeta, e non un insegnante di Zen». Così non scrisse mai più una sola poesia.”
Ciao Oscar,
voglio esprimerti tutto il mio apprezzamento per i temi che tratti e per come li tratti.
rispetto alla strategia della paura credo sia utile ampliare lo sguardo verso due direzioni:
1. la centralità del sè
2. la credenza nel potere del sè
Misurare tutto in funzione del sè e ritenersi capaci di “creare” sono i due fondamenti dell’idea di controllo. Quest’ultimo implica una separazione dal mondo e la separazione è il primo indicatore dell’assenza di comunione con il mondo. Perciò la paura dimora oltre che nell’eternità anche nella presunzione. Forse perdere un pò di questa presunzione può essere destabilizzante da un lato e dall’altro costituisce il primo passo verso la riconciliazione con la logica delle cose. Il surfista diventa tale ed esprime al massimo la sua capacità ed il suo piacere quando asseconda l’onda, fino a diventare l’onda. ma per arrivare a questo deve lasciare l’idea di controllare l’onda e avere fiducia in essa. grazie
Mi scappa da cagare
Non so chi tu sia ma …se pensi che sia utile, pubblico anche questa.
Il Drugo … ma da quale monastero sei scappato ?
Sei forse un illuminatissimo maestro zen o … !?
Il Drugo … sei forse un maestro zen burlone ?
Perchè drugo? …perchè burlone?
Ale!!!!?
Ho consultato il meglio degli aforismi, detti, pensieri,citazioni e racconti dei maestri …
ho scritto un lungo testo per dimostrare che avevo ragione e che la mia intuizione era giusta, poi …
mi sono guardato e …
ho dato la risposta in pasto al mio Ego.
(AleTambu)
Il Drugo è un personaggio cinematografico ( tifoso Juventino ) che si comporta da Drugo e in modo + o – consapevole anche come un maestro Zen che intende riportare i partecipanti al blog alla realtà, all’essenza delle cose, ai gesti semplici ed essenziali di tutti i giorni .
Mi permetto di consigliare un libro del 1996 dal titolo “ il libro delle 399 meditazioni zen “ di cui riporto un breve estratto :
Un discepolo chiese a Chau–Chou di indicargli la Via e il maestro disse “ vado ad urinare, pensa una cosa così di poco conto devo farla personalmente.
“nello Zen” dice Lin–chi “ non c’è nient’altro da fare che compiere le azioni comuni : mangiare, vestirsi, urinare e fare i propri bisogni.” Ma bisogna essere consapevoli che si tratta di azioni fondamentali, di veri e propri atti sacrali.
Ecco una forma basilare di Meditazione.
Siate Folli, siate intuitivi, siate ironici e auto-ironici, siate soprattutto Milanisti.
Condivido in gran parte il tuo pensiero. Non a caso ti riferisci al Buddismo e io sono buddista (buddismo di Nichiren).
L’attaccamento è una delle manifestazioni della paura però non semplificherei il superamento di questo stato con la consapevolezza che la vita non è eterna.
Credo che la Vita sia una ed eterna e che la nostra esistenza sia una delle manifestazioni della Vita. Finendo l’esistenza ogni uomo perde quella specifica forma rientrando nella Vita in quanto tale.
E’ questa consapevolezza che dirada le nubi dell’illusione e ci permette di trovare il coraggio per superare gli attaccamenti.
Siddharta (Shakyamuni è in realtà il suo vero nome) determina con forza nella sua vita la ricerca del superamento delle 4 sofferenze fondamentali dell’uomo (Nascita, Morte, Malattia, Invecchiamento). L’attaccamento è la paura della morte dove per morte si intende ogni “apparente” conclusione di un qualcosa per dare spazio ad un’altra.
Superare l’attaccamento passa per il superamento della paura della morte, poichè la morte è di per sè funzione della Vita.
Ti seguirò con attenzione e grazie per il tuo contributo.
Ciao Oscar, sono Raffaella molto bello e interessante quello che hai scritto, per quanto mi riguarda la paura è un sentimento primario attraverso la quale poter riconoscere i nostri limiti e di conseguenza superarli.
La paura e l’ aggressivita’ sono i due sentimenti piu’ stidiati dai neuro psichiatri perche’ connessi direttamente e neurobiologica al sistema limbico il centro del sistema emotivo,per tanto sono i due sentimenti che hanno permesso l’evoluzione della specie umana; la paura legata all’ istinto, ci permette di distinguere cio’ che bene da cio’ che e’ male per noi e l’aggressivita’, legata al coraggio, ci permette di cambiare ed agire. potrei scrivere e parlare all’ infinito di questi due sentimenti,ma non mi sembra il caso in questo contesto vorrei pero’ concludere con il significati spirituale delle lettere che compongono la parola paura: PA = CREAZIONE GENERAZIONE U= CONCEPIMENTO RA= COMPIMENTO. per la mtc la paura è collegata ai reni ed è attraverso i reni che energeticamente avviene il concepimento e sono sempre i reni in asse con il cuore che determinano la lunghezza della vita, permettendoci di fare esperienze,purtroppo il vero significato della paura è stato perso deviato e spesso la si confonde con la mancanza di coraggio di vivere una vita giusta per noi che ci calzi a pennello rispetto alle nostre esigenze e rispetto a quale esperienza individuale siamo stati chiamati a compiere.abbiamo paura di agire, paura di parlare,paura di chiedere,paura di piangere ed abbracciare,paura della paura, paura di perdere, di non essere all’ altezza, ma all’ altezza di cosa? di deludere le aspettative che una societa’ ammalata ha nei nostri cofronti?
per scoprirlo veramente dovremmo tutti avere del tempo, fare un viaggio dentro di noi e chiederci se quello che pensiamo è veramente cio’ che siamo e se la vita che viviamo è la nostra vita.Mi piacerebbe trovare l’occasione per parlarne a voce.
buona giornata
Io, da sempre, sono dell’avviso che oltre al pensiero di essere eterni, come citava Oscar, c’è l’attaccamento alla “roba”. Ritengo che S. Francesco sia un esempio eccezionale, ha risolto tutti i suoi problemi regalando tutto…..e non era poco. Quando si ha poco, si è meno distratti e quindi possiamo guardarci meglio dentro e guardare fuori con un sorriso sulle labbra. E con poco: Com funziona il cervello!
Propongo due questioni. La paura è sempre un limite per l’uomo? La paura è sempre determinata dall’illusione di eternità? Talvolta, aver paura del distacco da cose o persone ci conduce ad una spinta positiva. Penso alla paura di perdere delle persone care che ci fa capire la loro importanza nella nostra vita e ci conduce ad agire altruisticamente. Per quanto riguarda la seconda questione credo che talvolta la paura nasca proprio dalla consapevolezza della caducità delle cose e della vita stessa e non dall’assioma proposto accumulo perchè credo di essere eterno. Il sapere ad esempio che un determinato “stato” svanirà ci può riempire di paura psicologica di perderlo (occorre che non arrivi alla “carne” bloccandoci) generando una spinta all’agire, al godere l’attimo, proprio nella piena disillusione d’eternità.
Io sono fiero di aver paura della morte perchè dimostra il piacere che ho nel vivere.
Grazie Oscar per la “ginnastica mentale” che ci esorti a fare con le tue riflessioni. Ciao Pier
Grazie Paolo. Solo una precisazione: non era mia intenzione affermare l’assioma “accumulo perchè credo di essere eterno”. Ciao!
ieri sera, quasi per caso, mi sono trovata a riguardare alcune foto.
mi sono venuti in mente alcuni passaggi di questo post e volevo condividere il mio punto di vista seppur più semplice e meno profondo dei commenti che mi hanno preceduta.
il dolore è dato dal distacco. non dalla mancanza di consapevolezza dell’eternità della vita.
persino Maria, ai piedi della croce, piange ed è distrutta dal dolore.
mai come in questo periodo dell’anno alcune persone mancano nella vita di ciascuno di noi.
manca il suono della voce, a volte dei rimproveri, manca una carezza o anche solo gli occhi, in cui era bello specchiarsi e che si aprivano sempre in un sorriso.
la cosa importante però è riuscire a sfogliare l’album di famiglia con naturalezza, senza nostalgia, solo con i bei ricordi che rimbombano nella testa e scaldano il cuore trasformando così veramente in un tesoro il tempo trascorso insieme.
perché se è vero che una pietra, cadendo nell’acqua, si appresta per la via più breve verso il fondo, è altrettanto vero che al contatto con l’acqua forma una serie di onde che a cerchio invadono tutta la superficie sia essa di un catino, di un lago, di un mare, di un oceano. fino a raggiungere la riva.
provo a spiegarmi meglio.
qualche anno fa i “vu cumprà” che d’estate stavano sulle spiagge, in inverno venivano nei paesotti come il mio, porta a porta, a vendere fazzolettini di carta, accendini e ammennicoli vari.
un giorno ero a casa da scuola (ero in 5° elementare), perché influenzata e uno di loro suonò alla porta.
aprì nonna Luigia, che abitava con noi, li sentii parlare per un po’.
poi lei entrò nella camera che condividevamo e prese dal primo cassetto del comò il suo portafogli, tirò fuori dei soldi e comprò i fazzolettini.
ad un certo punto mi sentii chiamare, voleva un bicchier d’acqua da dare al ragazzo sulla porta.
mi alzai, presi un bicchiere di carta, ci versai l’acqua e la portai alla nonna.
lei non fece una piega.
prese il mio bicchiere.
invitò il ragazzo ad entrare.
lo fece accomodare.
svuotò il mio bicchiere.
ne prese uno di vetro, di quelli che usavamo noi per pranzare, lo riempì d’acqua e lo porse al ragazzo chiedendogli se aveva anche fame.
dandogli per tutto il tempo del Lei.
il ragazzo disse che allora no, non aveva fame, ma che un panino al formaggio l’avrebbe volentieri messo via per il pranzo.
quando il ragazzo se ne andò lei ripulì il piano di lavoro.
lavò il bicchiere e lo rimise al suo posto.
riprese i ferri e il gomitolo e continuò il maglione bianco a trecce che stava facendo per il mio compleanno.
La nonna “Igia” non pensava di portare aiuti umanitari in giro per il mondo, non pensava a soluzioni politiche ai problemi economici eppure credo che abbia creato “onde” più forti lei di tanti personaggi che oggi parlano e gridano solo per dar fiato alla bocca.
Gentile Francesca,
Trovo la sua storia a dir poco “struggente”, e un po’ le invidio nonna Igia.
E’ verissimo ciò che lei dice: se si vuol veramente far qualcosa, le chiacchiere sono sempre a quota: zero.
Buon Natale.
G
BTW: Non è vero che lei non sappia scrivere, anzi, la sua “semplicità” (chiarezza) è molto zen. Ciò che fanno i grandi monaci buddisti, quando spiegano qualsiasi cosa, anche la più complessa con la natura, gli alberi, i fiori, il mare ecc.
Esiste solo una eternita’. Quella dell’Essere superiore. Per arrivare li bisogna conoscere la propria energia vitale e permettere a Dio o all’Esistenza di accadere dentro di te. Questa e’ l’unica vera conoscenza o consapevolezza.L’Essere superiore e’ eternità’.
Mi piace molto il post di Francesca. Come già detto anche per me il dolore deriva dalla separazione o distacco, come scrive.
La piccola storia di nonna “Igia” insegna una grande cosa: la paura del diverso (attraverso il bicchiere di plastica, ad esempio) é ciò che ci impedisce di essere se stessi. Se, invece, lasciamo le nostre paure per ascoltare il cuore (quanto ha fatto nonna “Igia”) intanto ci sentiamo meglio e .. sentirsi meglio con se stessi significa sentirsi meglio con l’ambiente o almeno iniziare a sentirsi meglio, perché questo va coltivato…