Contro l’innovazione “convenzionale”

3 months, 7 days ago

Alcuni giorni fa, navigando tra le notizie in rete, mi sono imbattuto in un articolo che, decantando alcune delle caratteristiche di un mezzo da combattimento, le definiva innovative. Si trattava del nuovo blindato leggero francese fatto principalmente per la ricognizione veloce, costruito con materiali ultraleggeri, che utilizza gomme che riducono i consumi, che può essere guidato con il controllo remoto, che riesce a procedere lateralmente, cosa utile per schivare le mine, “a granchio”, ed è persino nativo ibrido avendo un motore da 300 CV e un motore elettrico da 75 KW alimentato da due batterie agli ioni di litio.

Come dire: “à la guerre! Ma senza inquinare”.

Al di là del fatto che ci troviamo in un ossimoro assoluto, in cui la trazione elettrica su un mezzo di distruzione viene raccontata come un elemento valoriale in linea con quella che è la nostra nuova anima green. Quello su cui voglio porre l’accento è che un approccio convenzionale all’innovazione non ci porterà da nessuna parte. Anche per innovare, bisogna saper innovare per primi sé stessi. Cambiare prima il modo di vedere e poi di fare le cose.

Qual è l’opportunità che questo momento attuale, molto particolare e critico, nuovo per tutti, sta veramente offrendo al mercato, alle aziende, ai consumatori, alla gente, al mondo?

L’innovazione, comunemente intesa come apoteosi del processo di produzione di un’idea, e che è tanto di moda in questo periodo storico, altro non è che ciò che troviamo scritto sul vocabolario: «Cambiare l’ordine prestabilito delle cose per fare cose nuove». Idea, dunque, è anche sinonimo di innovazione.

Proprio per questo le idee sono state da sempre il bene più prezioso su questo Pianeta. «Tutto l’universo non è altro che un’idea», scriveva Zhuāngzǐ, filosofo e mistico cinese del 370 a.C.

È una buona idea che ti può rendere estremamente ricco e portarti all’eternità, così come è una cattiva idea che ti può rendere estremamente povero e portarti alla disgregazione. Sei povero quando infatti un’idea perde la sua condizione naturale di fluidità e adattabilità e si involve prima in un condizionamento e poi in una convinzione. Sei invece ricchissimo quando una tua idea deriva da un moto interiore di grande nobiltà, quasi spirituale, tale da poter far considerare quell’idea un tuo tentativo passionale di prenderti cura di qualcosa di altro che non sia solo te stesso.

E guarda che questo è un terreno ben lontano dal mondo delle dottrine sterili. Parlo del regno degli ideali più nobili. Penso che la mancanza di un ideale supremo che contempli il benessere comune sia la privazione peggiore che un uomo possa imporre alla propria esistenza. E credo pure che sia proprio questa la causa di maggiore insoddisfazione delle persone che non hanno compreso l’importanza di avere un ideale nobilissimo che ispiri le loro vite, e che le muova a condividerlo con la propria sfera di interazione, di interesse e di riferimento originando una nuova prospettiva valoriale per il mondo e non contro di esso.